L'EGITTO dei FARAONI




DJOSER e Lo Scettro si Anubi

DJOSER e I LIbri di Thot

DJOSER e I Giardini di Osiride

DJOSER e il ritorno di Hapy

ANTICO EGITTO - Faraoni e Regine

ANTICO EGITTO - Credenze Religiose

ANTICO EGITTO - La Scrittura... La magia dei Geroglifici
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lunedì 28 giugno 2021

GLI ZINGARI

 


 

Erano partiti all'alba, le donne alla guida dei carri e gli uomini in sella; l'aria andava intanto sempre più rischiarando e il sole si alzò.

Guardando il vecchio Ivan e la sua gente, Raniero si chiedeva se sarebbe stato mai possibile un giorno superare  quella cortina di reciproca diffidenza, lui che conosceva perfettamente la violenza e l’intolleranza.

"Non ho mai visto uno straniero -la voce di Ivan lo distrasse dalle sue riflessioni- cavalcare senza sella, alla maniera dei Manush."

"Manush?..." domandò il ragazzo.

"OH! - sorrise il vecchio, poi si schiarì la gola - E' così che noi chiamiamo noi stessi: Manush o Rom… ossia Uomini." aggiunse con un sorriso schivo.

Il vecchio capo adoprava nel parlare un singolare miscuglio di accenti, come di gente forestiera che viene da lontano, ha camminato molto e appreso altrettanto.

"Siamo maniscalchi." spiegò Raniero.

"Comprendo. I vostri cavalli sono di buona razza."

"Il mio cavallo è cresciuto con me." rispose,  lusingato dall'apprezzamento; quel giudizio, espresso da chi per cultura aveva con i cavalli un particolare ed esclusivo rapporto, era per lui sincero motivo d'orgoglio.
In verità,  anche i manush montavano cavalli di razza, si sorprese a pensare: Rames, Menes, Pthos, giovani  irrequieti come gli animali che cavalcavano.  Raniero li guardò uno per uno: Pthos, dalla giovinezza esuberante, Nemes, bello, gentile e dagli occhi nutriti di sogni, Rames, dai capelli color rame e lo sguardo inquieto ed irrequieto.

Quasi avesse letto nel suo pensiero, il vecchio spiegò.
"Noi gitani siamo come il vento che soffia e va. Senza confini, senza patrie né terre da amare."

"Senza patria! - interloquì Spaccamontagne, che fino a quel momento non aveva aperto bocca se non per qualche sbadiglio - Dicono che veniate da terre lontane per andare in altre terre lontane e poi cercare  terre ancora più lontane da cui partire ancora, ma… da una terra siete pur partiti!"

"Sì! – gli occhi del vecchio sfiorarono l'orizzonte lontano con sguardo assorto, poi conversero sul  giovane - La mia gente vaga come le dune del deserto, perché proprio dal deserto siamo arrivati…. Mille e più anni or sono.  Siamo giunti dalla terra dei Faraoni, all'ombra delle Piramidi."

"Chi sono codesti Faraoni? – chiese  con interessato candore Spaccamontagne - E quale albero è codesto Piramide alla cui ombra riposano i tuoi antenati? Non ne ho mai inteso parlare."

"Ah,ah,ah...-  non riuscì a trattenersi Raniero - Le Piramidi non sono alberi, ma monumentali sepolcri di Uomini-Dei… I Faraoni, che erano un tempo  i vostri Sovrani…  E' così, Ivan?"

"E' così!" assentì lo zingaro con accento  stupito.

"E voi - riprese Spaccamontagne - siete discendenti di quegli uomini-dei che chiamate Faraoni?"

"I Faraoni - riprese Ivan - erano i Sovrani d'Egitto.”
“… e codesti Faraoni – continuava ad insistere Spaccamontagne cui qualcosa non quadrava – sono anche i Sovrani di Ivan e della sua gente?”

“Oh!… - sorrise il vecchio; un sorriso che gli distese le labbra rendendo ancor più grinzosa la pelle arsa da continua esposizione al sole – I Faraoni erano i Re dei nostri antenati. – spiegò, poi aggiunse -  Thut  è stato il nostro Re… il capo di noi Manush, o Gitani, come ci chiamate voi stranieri… - sorrise ancora, mostrando una chiostra di denti ancora quasi intatta - O Giziani o anche Tzigani, perché giunti da terre egiziane..."
"Ma - lo interruppe ancora Spaccamontagne – se voi non avete  una meta.."

"Venezia è la nostra prossima meta. - fu lo zingaro ad interrompere lui, questa volta - Ma non sarà l'ultima. Dopo Venezia ne verrà un'altra e poi un'altra ed un'altra ancora. A Venezia si incontreranno tutte le tribù Manush per eleggere il nuovo capo, ora che Thut, l'ultimo Re, è tornato ai Padri."

"Un nuovo Re?" fecero in coro i due amici.

"Pthos. - Ivan indicò il giovane che gli cavalcava davanti dall’aspetto nobile, lo sguardo sereno, il profilo incisivo, che nell'insieme gli conferivano una forte rassomiglianza con i busti degli antichi Signori del Nilo delle pagine di vecchi libri di storia visti di sfuggita quando era ancora al castello. – Sarà lui il nuovo Re. Pthos è mio figlio adottivo. - Gli occhi del vecchio brillarono di orgoglio – E’ generoso, coraggioso e giusto: tutte qualità necessarie ad un Re e Pthos è già  Re anche nel nome."

"Pthos? – domandò Raniero - E' questo il nome?"

"Dimora dello Spirito di Ptha, significa il suo nome."
"Ptha? Era il Dio dei vostri Antenati?”

"Il Dio degli Dei! – esclamò con accento devoto il vecchio - Ptha,  Padre Creatore, è  il nostro Dio."

"Ma... ma allora… voi siete pagani?" si scandalizzò Spaccamontagne.

"Il Dio di Cristo o il Dio di Maometto o il Dio Ptha è sempre Lui: il Dio dei Cieli.- pacata e serena, la voce del vecchio Ivan sorprese Raniero e parve tranquillizzare l’ex-bandito - Una è la sua Legge.”

Raniero fissava il vecchio con  stupita ammirazione: sante e giuste, gli parvero le sue parole. Proprio come quelle di quei santi monaci che sempre più spesso passavano per il castello a spiegare la Parola di Dio.

“Noi Manush – riprese il vecchio, mettendo in fuga le considerazioni del ragazzo - osserviamo quella Legge dal tempo dei tempi e non riconosciamo altro capo ed altra Legge."

E mentre parlava, con quel linguaggio breve ed essenziale, lucido ed estremamente efficace, frammisto di pause e toni, ora pacati ed ora intensi, il vecchio zingaro cercava l'orizzonte che gli fuggiva davanti proprio come le mete che rincorreva.(continua)


brano  tratto  dal  libro   "IL  PATTO"

di Maria  Pace

venerdì 11 ottobre 2019

IL "PORTALE DEI DUE ORIZZONTI"



“Il Portale dei Due-Orizzonti! Oh, Djoser! – esclamò il ragazzo, come parlando ad un interlocutore – I tuoi poveri occhi mortali hanno mai visto niente di più mirabile?”

Si accostò piano, sempre con lo sguardo basso, poi salutò:

      “O Residenza-del-Mistero, omaggio a te.

        Io sono venuto a te.

        Concedi che io abbia possesso...”

Come per incanto, alle spalle del Portale il grande bagliore andò pian piano smorzando, consentendogli di spingere in avanti lo sguardo e di avvertire una strana percezione: quella di muoversi in uno spazio senza tempo. Né fine, né principio. Uno spazio dilatato dai Due-Orizzonti, ognuno dei quali corrispon denti ad una emozione dello spirito: la capacità di leggere i propri sentimenti riflessi nel Libro-della-Natura.

Due-Orizzonti spalancati davanti a lui. Due battenti. Cielo e Terra: Nut e Geb, Signora del Cielo e Signore della Terra, i Due Amanti Divini, divisi dalla gelosia di Shu, Signore dell’Aria, che soltanto lì, all’Orizzonte, potevano incontrarsi, abbracciarsi ed amarsi.

In nessun’altra parte dell’Universo!

Soltanto all’Orizzonte


Geb  stava   sdraiato  sulle   cime  dirupate  dei  monti, Nut, la

bellissima Signora-del-Cielo, era distesa sopra di lui, in un abbandono amoroso e sensuale. Ogni linea, ogni curva, ogni ansa  del corpo di lei, sinuoso e morbido, si fondeva perfettamente con gli incavi, i rigonfiamenti, le linee di lui. Erano di una bellezza incomparabile. Indescrivibile. Divina.  Il volto di Nut, diafano e come attraversato dal sole, di una purezza assoluta, era incorniciato da capelli di lapislazzulo blu, che spargevano sul suo volto e su quello di Geb, una luce azzurrina. Le labbra carnose e sensuali, cercavano quelle dell’amato, altrettanto carnose e sensuali. Le mani, affusolate e bianche, accarezzavano il capo e il corpo di Geb e quando si staccavano, nel vortice della passione, toccavano frementi, cerri e nembi, strizzandoli e mutandoli in pioggia oppure staccavano picchi di rocce che cadevano in acqua formando isolotti.

Gli Amanti Divini!

Djoser conosceva la loro storia d’Amore. Profonda ed osteggiata. In tanti gliela avevano raccontata: suo padre, sua madre, l’amico Thaose e lo stesso Anubi, il suo Divino Protettore, una sera, alle fiamme di un  bivacco.

Geb e Nut, figli di Shu e Tefnut, si amavano follemente che erano ancora nel seno materno e quando si affacciarono a questo mondo, erano strettamente e sessualmente avvinghiati.

Né si separarono dopo la nascita.

Quel loro amore sconfinato, però, suscitò la gelosia di Shu che decise di separarli e vietò loro di amarsi. Per farlo, il potente Signore-dell’Aria sollevò la figlia sulle braccia e ve la tenne sospesa con due Pilastri: Djet e Neheh:  le Due Eternità, così che mai più i due potessero amarsi. 

Un solo luogo restava, nell’Universo, dove i due Amanti-Divini potevano incontrarsi: l’Orizzonte, là,  dove Cielo e Terra si congiungono in una linea invisibile che,  però,  li cattura entrambi.

Djoser staccò lo sguardo dai due Esseri Divini.

Monti dirupati, colline scoscese, valli, pianure  e foreste rigogliose. Una distesa d’acqua, a perdita d’occhio, si spalancò sotto il suo sguardo: un lago le cui sponde erano così distanti da sembrare un mare. (continua)  

brano   tratto  da "DJOSER  -  I Giardini  di  Osiride"



LE PIRAMIDI












Un po’ rinfrancato, Djoser staccò lo sguardo dal maestoso Guardiano e lo dirottò verso l’orizzonte occupato dalle tre Piramidi. 
Tre Piramidi… Non era possibile! Una soltanto era la Piramide: quella del faraone Khufu, gloria e potenza dell’Egitto. Una soltanto: obelisco di luce che si alzava verso Nut, la Signora del Cielo, illuminando insieme Terra e Cielo. La sua imponenza schiacciava ogni cosa.. La sua luce era un faro nella notte e lo spigolo, sotto la luna, era una scia di luce diretta verso le stelle. Perfino Horo, quando di giorno viaggiava sulla Barca-Mandjet, amava specchiarsi in quel triangolo rivolto verso il Cielo. Ogni mattino, viaggiando insieme al resto della Divina Compagnia, uscito vittorioso dal terribile scontro con Apep, il Dragone Cosmico, il Sole traeva bagliori dalla Mer e li inviava in lontananze remote. 
Chi aveva spento quello splendore? Immensa, infinita, sembrava un Gigante spogliato del suo prezioso mantello; un Gigante nudo, ferito e con le ossa esposte, sopra le quali una moltitudine di gente strana stava arrampicandosi come capre in cerca di erba tra le balze dei monti.



Distolse lo sguardo. Vide un’altra Piramide e vide altre persone bivaccare e molte altre in frenetico movimento. Dalla sua postazione, gli pareva di osservare un formicaio impazzito. 
Era la Piramide di KafRa e sparsi un po’ ovunque c’erano basamenti, blocchi di pietre, avanzi di mura crollate, ma non c’erano cantieri…. Eppure… la Piramide del faraone khafRa era ancora in costruzione; vi stava lavorando anch’egli con la “Squadra dello Scettro”.
 Dov’erano le rampe lungo le quali salivano e scendevano slitte cariche di blocchi, fango e arnesi? Dov’era lo stoccaggio dei blocchi in arrivo sulle chiatte lungo i canali?... Dov’erano i canali? La Piramide di Khafra pareva già portata a termine, ma anch’essa era stata spogliata e oltraggiata. 
E la terza Piramide?... Un vero mistero! Più piccola, più modesta, ma oltraggiata anch’essa come le altre. Era, forse, quella del piccolo principe MenkauRa, che il Faraone aveva già designato come suo successore, si domandò. 
Nemmeno dopo l’ultima, devastante inondazione, l’Egitto aveva conosciuto tanta desolazione. L’angoscia gli seccò la gola; perplesso, turbato, non riusciva a ripetere che le stesse parole:
“Quale cataclisma? Quale scontro divino? Neppure Keraha conobbe tanta devastazione!”
 Keraha era la terra dove aveva avuto luogo l’ultimo durissimo, tremendo scontro tra Horo e Seth. Una folgore, di colpo, gli attraversò la mente:
“Shai, la signora del Futuro! E’ stata Lei, l’implacabile Seguace della Grande Madre Tuaret, a condurre qui il Ka di Djoser. E’ chiaro. Que…questo è il fu…futuro!” 
Sconvolto, atterrito, sopraffatto, protese entrambe le mani verso la “visione”; la toccò, quasi fosse un’immagine riflessa nell’acqua di un bacile ed essa ondeggiò, proprio come acqua. Si avvolse e si riavvolse su se stessa come un gorgo, attirandovi tutte le immagini ed inghiottendole fino a farle scomparire.
“Djet h Neheh!” furono le sue prime parole, mentre riemergeva da quel mondo sconvolto; il corpo era ancora scosso da un tremito convulso e dal volto era scomparsa anche l’ultima  goccia di sangue. Le dita, sempre artigliate intorno alla Kherpet, allentarono la presa ed egli fece un passo indietro; il gesto fece fluttuare l’aria portandosi via gli ultimi brandelli della visione.
 “L’anima dannata di Kabaef ti ha seguito anche in questo viaggio? Sei pallido come un cencio sbattuto.”
 La voce di Thaose fluttuò nell’aria e arrivò alle sue orecchie come l’eco di una profonda caverna. Il piccolo tripode fumigava, accanto a lui; la nebbiolina d’oro-sanguigno saliva verso l’alto insieme all’odore dolce e aspro del seneter, l’incenso,  il Profumo-degli-Dei.
“La Grande Madre – domandò la Veggente; anche la sua voce pareva provenire da remote distanze – ha messo dentro i tuoi occhi i suoi segreti?”
“Ho visto la collera degli Dei! - esclamò il ragazzo – Ho visto la Shepes-anh del Faraone Khafra incatenata e mutilata. Ho visto la Mer di suo padre,  la Grande Piramide, spogliata e depredata... simile ad un Sovrano senza veste né corona. – Thaose e Tausert ascoltavano impietriti; alla fine del racconto - ... ecco che cosa hanno visto i miei occhi e non comprendo, per questo voglio tornare laggiù e sapere perché la Divina-Shai ha mosso il tempo spingendolo così in avanti.”
(continua=)
brano tratto  da " DJOSER  -  I Giardini  di  Osiride"

"IL FUTURO"











Qualcosa irruppe dentro di lui, richiamando alla coscienza sentimenti di profonde emozioni. I pensieri, però, erano così eccitati e scossi, da non riuscire a riordinarli per stabilire quali emozioni fossero: angoscia, timore, tenerezza, amore. Era confuso e stordito. Vide la fiamma del braciere, i bagliori della Pietra e il raggio spiovente dall’alto, fondersi in un’unica fiamma e riempire il Grembo-di-Tuaret. Si sentì attirare dentro e si vide avvolto dal Nulla. Comprese che stava guardando con quella che l’amico Thaose chiamava la seconda vista e che il Ka, come d’abitudine, stava staccandosi dal corpo e mentalmente dissolvendosi.
“Ma in che posto sono capitato? - fu la prima domanda che si pose guardandosi intorno. Ma aveva riconosciuto subito quel posto. Era il cantiere delle Piramidi, ma era completamente stravolto - Che cosa è successo qui?” fu la seconda domanda. Ogni cosa, pensò, doveva essersi mossa insieme a lui, compreso il Tempo, poiché nulla era come l’aveva lasciato. Vedeva ogni cosa dall’alto come quando guardava la città dalla terrazza dell’atrio centrale del Tempio. Sotto di lui, però, c’era un paesaggio vuoto da cui si sentì subito escluso. Quasi espulso. Come si sentiva espulso dal Tempo che, comprese, non gli apparteneva.
 “Dove sono capitato?” tornò a ripetersi. Non c’era ombra di palma, acacia o sicomoro; niente giardini e neppure laghetti, canali o sentieri praticati. Non c’era nulla.
Poi la vide. Era di spalle. Accovacciata, ferita, sottomessa: la Shepes-ank del faraone Khafra. La Grande Sfinge, che gli scultori aveva appena finito di scolpire. La Guardiana della necropoli dei Faraoni! Non aveva, però, l’aspetto di un leone pronto al balzo, ma di un animale catturato e domato. Se ne stava accucciata e come incatenata all’interno di avanzi di mura crollate. Deturpata e oltraggiata. La barba, ridotta in frantumi, giaceva mestamente per terra e la nemes, sul capo, era logora e monca; perfino il Cobra Reale, era scappato via e non fiammeggiava più sulla fronte.
 “Qui è passata la collera di Ptha!... Ma che cosa è successo alla Sfinge? E’ così spoglia... mutilata…Gli uomini della squadra dell’Occidente Bello hanno appena terminato di dipingere la sua veste… Il caposquadra Kerr-hut solo ieri ha dato gli ultimi ritocchi alla barba... La barba?... “ 
La Shepes-ank non aveva barba: gli avanzi giacevano al suolo, irriconoscibili, in mezzo ad altri frammenti. Chi aveva osato tanto, si chiese, spingendo lo sguardo più in alto: il profilo del Custode Divino era mutilato anche del naso. Il barbaglio del sole l’accecò. Chiuse gli occhi ma li riaprì subito, con la sensazione di uno sguardo puntato su di lui. Ebbe un sussulto: gli occhi della Shepes-anh erano davvero fissi su di lui.  
“Anche ferita – pensò sottovoce, per nulla sorpreso – il Divino Guardiano della Terra-Nascosta non cessa di vegliare. I suoi occhi sono sempre vigili. Notte e giorno!”
Così gli aveva spiegato il principe Thaose. Quando i preti di Ra le avrebbero consegnato Ka e Ren, aveva detto, la Shepes-ank del faraone Khafra non avrebbe chiuso mai più gli occhi per vigilare sulla Terra-Nascosta. Un po’ rinfrancato, staccò lo sguardo dal maestoso Guardiano e lo dirottò verso l’orizzonte... (CONTINUA) 
brano tratto da  DJOSER  - I Giardini di Osiride  -
si può richiedere  on line   oppure direttamente all'autrice scontato e con DEDICA  PERSONALIZZATA

mercoledì 9 ottobre 2019

DJOSER - Lo Scettro di ANUBI



... MEANDRI...

di mariapace2010. Letto 3179 volte. Dallo scaffale Fantasia

... un libro capace di scuotere gli animi..... "DJOSER e lo Scettro di ia- Torino ..


brano tratto dal libro "DJOSER e lo scettro di Anubi"
"La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che
ne nasconde un altro, senza restarne sopraffatti. Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?"
Djoser osò e la sua mente s'inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro
pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.
La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella "fusione", fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo
Spirito-Ka e l'Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l'Ombra-Shut brillava come un sole riflesso in uno stagno, tanto era lo Splendore all'interno del Signore del Mondo-di-Sotto. Una meraviglia infinita. Una purezza totale. Una generosità ed una tenerezza incalcolabili.
Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C'era
una Luce Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenzadel balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo. Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì
irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all'aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.
Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un'inquietudine particolari, poichè erano la pena e l'inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità. Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite. C'era in quel dolore tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l'ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall'amato Geb, Signore della Terra.
La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e
pesante. Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé. Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell'aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:
"Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?"
"O Divino Sciacallo! - proruppe il ragazzo - Vuoi degnarti di parlare a Djoser di Questioni Divine?"
"Ascolta! - fece semplicemente Anubi, con quella voce che di certo atterriva i Kau dei
defunti quando li traghettava attraverso le vie della Duat, ma che, pur facendolo rabbrividire, non lo spaventava più - Questa non è la storia che si sente per bocca dei preti. Questa è la storia vera degli Dei. Ascolta!... Ra, Padre degli Dei, la cui sostanza è Fuoco e Calore, cercava una sposa di opposta sostanza che non restasse incenerita dal suo fulgore. Latrovò in Nut, Signora del Cielo. Ra, però, non disdegnava altre compagne... " Djoser ascoltava e taceva.
"In verità, neppure la Celeste Nut era fedele. Al vecchio e bavoso Ra, preferiva Geb, forte
e vigoroso."
Una pausa e un respiro rovente che fece oscillare la fiamma del bivacco, poi Anubi fece cenno
al ragazzo di tornare a sedersi accanto al fuoco e lo stesso fece anch'Egli, accosciandosi dall'altra parte.
"Nut e Geb si accoppiarono per quattro giorni, prima che Ra li separasse."
Ancora una pausa e un profondo rossore sulla faccia di Djoser, non ancora iniziato ai misteri
dell'amore e del sesso. Anubi ebbe un sorriso indulgente che gli distese il volto e gli addolcì l'espressione dello sguardo incandescente e verde.
"Da quell'amplesso nacquero quattro figli. Il primo a lasciare il grembo materno fu
Osiride. Fu subito forte, saggio e coraggioso come suo padre. Un'ora più tardi nacque Seth, ma la sua nascita fu violenta e produsse una dolorosa ferita nel grembo di sua madre, il Cielo, attraverso cui cominciarono a passare fulmini e saette, poi... poi nacque Isis, Dispensatrice della Vita. - recitò Anubi con enfasi - Iside, che scoprì il grano e lo mostrò ad Osiride affinchè ne facesse dono agli uomini. Nacque in un cielo sereno e irrorato di rugiada. E infine... infine nacque Nefty, la più bella fra gli Immortali. Nebthet, era il suo nome ren, a ragione di tanta grazia e bellezza, ma null'altro possedeva: solo grazia e bellezza.
Non la misericordia o la generosità di Iside!"
Lo sguardo del Dio s'incupì; Djoser gli vide scuotere con veemenza il capo, tanto da far
fluttuare vorticosamente l'etra intorno a loro. Il ragazzo si portò una mano alla gola come se stesse soffocando, ma Anubi stese un braccio e l'aria tornò placida, come il tono della voce, quando parlò:
"Tu non sai, però, che anche il vecchio Ra si era accoppiato con Nut durante quei quattro
giorni!"
"Oh!" fu il commento dell'allievo di Ptha.
"Chi può dire con certezza quali dei quattro fratelli siano Figli di Ra e quali di Geb?"
Non poteva giurarci, ma a Djoser parve avvertire una nota di feroce ironia nella voce di
Signore del Mondo-Nascosto. Quasi divertita. D'altronde, se quelle cose accadevano in Cielo...
"Geb, che regnava sull'Egitto, divise il Regno tra i due fratelli: a Osiride toccò l'Egitto
Superiore ed a Seth andò l'Egitto Inferiore. Iside divenne la sposa di Osiridee Nefty fu fatta sposare a Seth. Ma... sai, tu, cosa avvenne?"
Djoser scosse il capo.
"La maledizione di Ra si abbatté su di loro. Sono Figli del Sole, andava domandandosi il
vecchio e rancoroso Padre degli Dei, oppure sono Figli del Fango e della Palude?"
(CONTINUA)
brano tratto dal libro di Maria Pace



Commenti

pubblicato il 17/01/2013 18.23.10
mariapace2010, ha scritto: ... qualcuno vuole dare qualche giudizio o suggerimento su questo componimento?... Grazie! Ne sarei grata. ciao, ciao
pubblicato il 17/01/2013 19.00.42
OscuroDominio, ha scritto: Ti commento io. Di sicuro mi pare che tu abbia una vera e propria passione per il culto degli Antichi Egizi, sarà un anno che pubblichi storie che riguardano loro. Non so davvero cosa dirti, poiché io li conosco poco, forse hai delle cose in comune con Alister Croweley (non ricordo come si scriva). Comunque Anubi è una figura bellissima, una delle figure più belle nella Storia. Complimenti per aver usato lui anziché un'altro dio o dea. Anubi rulez! Bel racconto comunque, strano, un po' difficile da capire in certe parti (forse bisognerebbe leggere ciò che hai scritto prima) ma coinvolgente. Mi piacerebbe capire se Anubi sia figlio di Ra e Nut ... ;)
pubblicato il 17/01/2013 22.12.33
mariapace2010, ha scritto: ciao, Oscuro Dominio... ti ringrazio davvero moltissimo per la tua attenzione e disponibilità... Anubi è davvero la più inquietante di tutte le Divinità, non solo egizie. A me piace moltissimo e sono certa che piacerà anche a te dopo queste riga... Anubi è nato dopo una notte d'amore rubata tra Nefty e Osiride (marito di Iside) e quella pazza di Nefty lo abbandonò, appena nato, sulle rive del Nilo nella speranza che qualche coccodrillo ne facesse un sol boccone... invece un coccodrillo lo trasportò dall'altra parte e lo mise in mezzo ad una cucciolata di sciacalli fino quando Thot non avvertì Iside la quale perdonò marito e sorella (Nefty) e raccolse il piccolo... ma il bimbo era così male in arnese che la Dea nel vederlo disse: "In Put?" "Ma è proprio lui?" da cui il nome (italianizzato) Anubi... da allora, per riconoscenza verso gli sciacalli, Anubi quando si manifestava ai mortali assumeva le sembianze di uno sciacallo o di un ragazzo con nuca di sciacallo...

martedì 29 settembre 2015

GLI AMANTI DIVINI




Erano i Venti. Li riconobbe subito. Tutti e quattro: il vento del Nord, quello del Sud, il vento d’Oriente e quello d’Occidente. Stavano convergendo tutti verso un punto formando un vortice in cui venne attirato. Là dentro sentì una tonante voce, irosa e al contempo dolce e quasi struggente. Riconobbe la voce di Shu, Signore dell’Aria, padre di Geb e Nut, gli Amanti Divini.
Finalmente il vortice si placò, cedendo ad una brezza gentile che lo spinse ancora più su.
Stordito e barcollante, si trovò al centro di un cumulo di nubi attraversate da lingue di fuoco; un raggio, più abbagliante degli altri, più ardente degli altri, fendette l’aria come una saetta.
“Ma dove sono? E quella luce? E’ forse la Barca di Horo-Ra che inizia il percorso del giorno?si domandò, sedendo su uno di quei cumuli, candido e morbido.

Fu allora che la vide. Era vestita di nuvole e lui stava seduto proprio su una piega di quella vaporosa veste abbagliante.
Era Nut, Signora del Cielo, e quel raggio era lo sguardo di Geb, Signore della Terra, che la guardava da sotto.
Balzò in piedi.
“Per le Sacre Zanne di Anubi! Devo aver attraversato il Mondo! Lo Sciacallo Divino ha condotto Djoser attraverso il corpo di  Geb, direttamente nel grembo della Divina-Nut.”
Rimase a guardarla.
Era bellissima. La più bella fra le Dee e comprese perché tutti, mortali ed Immortali, spasimassero per Lei. Pareva addormentata. Il volto diafano, luminoso come la madreperla, sorrideva languido, disteso nell’abbandono del riposo; le mani sfioravano, in un gesto carezzevole e sensuale, le cime dei verdi monti..
Djoser non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e quando Lei si mosse, temette che l’insistenza dei suoi sguardi potesse svegliarla. Distolse gli occhi dal volto e gli sguardi scivolarono giù, lungo il corpo: un corpo dalle materne rotondità. I piedi erano affondati dentro le nuvole e la sua veste, su cui l’arcobaleno aveva spalmato tutti i colori, era così abbagliante che il sole, attraversandola, traeva a sua volta riflessi che si espandevano tutt’intorno come uno specchio riflettente.
Quel riflesso investì anche il ragazzo.
Djoser la vide cambiare posizione ed erigere il busto: due ali,  così candide da confondersi con le nubi, abbaglianti come le nevi delle Montagne-Ju-jet, abbracciarono l’orizzonte.
Come richiamata dal suo sguardo, Nut fece convergere verso di lui gli occhi azzurri pieni di magia e di splendore. Nello stesso momento, un rosso bagliore colpì il ragazzo: al centro del collare-schebiu che la Dea portava al collo, brillava un enorme, stupefacente rubino. Pietre preziose e maglie d’oro componevano anche la cintura che le reggeva le pieghe della veste e che ad ogni movimento riempivano il cielo di baluginii rossi, verdi e blu: Djoser non aveva mai visto pietre simili.
“Quel rubino sarà certamente dono di Geb,  Signore della Terra e di tutti i tesori celati nella sua pelle.”
Nut, però, non si ornava solo di pietre preziose e maglie d’oro, ma anche con tralci di fiori e foglie. Djoser la vide mentre si staccava dal capo una corolla e la lasciava cadere giù.
Vide Il fiore attraversare l’aria e posarsi sull’acqua del Nilo, di sotto, formando un’isoletta verdeggiante.
Molti fiori coloratissimi ornavano i capell di Nut: fiori sconosciuti. Con un sorriso, pensò che Geb doveva averli colti da chissà quale parte del suo corpo per fargliene dono e certamente non in suolo egizio, poiché erano fiori che non fiorivano in Egitto, ma erano fiori degni di ornare capelli di tanta bellezza: fluttuanti e di lapislazzulo blu. Scendevano giù come una cascata ed andavano ad accarezzare la testa di Geb, verde di sicomori e papiri.  Allora guardò sotto di sé,  tra i passaggi che i venti si aprivano in mezzo alle nuvole e vide la sagoma allungata di Geb.
Lo sguardo incantato del ragazzo passava dall’uno all’altro delle due potenti Divinità: il crostoso Geb, verde e dai riflessi dorati e la Celeste Nut, evanescente e cristallina, che continuava a giocare con le nuvole e dava loro forme graziose e bizzarre, prima di disperderle col soffio delle labbra.
Djoser le vide prendere un candido cumulo tra le dita di una mano, strizzarlo e farlo gocciolare sulla cima più alta dei monti; la pioggia creò una cascatella che precipitò proprio sul volto di Geb e subito dopo la vide tendere le  mani per accarezzargli il volto: bellissimo e spigoloso, scolpito tra le vette dei monti, il volto di Geb era eternamente rivolto in su.

 Improvvisamente ogni cosa, in Cielo e in Terra, fremette a quel contatto e ogni cosa tremò: la gelosia di Shu, che voleva separare   i due Amanti Divini   e la collera di Geb,   le cui dita  nervose strappavano cime di alberi e pezzi di montagne.
Assorbito da tanta eccitazione divina, Djoser tremò di paura.
Non era di lui, però, che i due Esseri Divini si curavano ed egli tornò a respirare di sollievo. Uno sbuffo ancora, del collerico Shu e Djoser si trovò catapultato fuori del grembo della Celeste-Nut.
(CONTINUA)

brano tratto da  "DJOSERe i Libri di Thot"  di Maria Pace
 si possono richiedere autografati e con dedica presso  

mariapace2010@gmail.com oppure con messaggio privato




mercoledì 3 giugno 2015

LE DUE ETERNITA'



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Djoser si immise sul sentiero. Cautamente, per non danneggiare la profumata protezione che aveva ai piedi, poi un po’ più spedito, ma sempre con il naso rivolto in su. Abbassò il capo solo una volta o due a raccogliere sassolini da terra.
Nel cielo, intanto, di un acceso violetto, tra cumuli di nubi che avanzavano danzando, gli era parso di vedere nuovamente gli occhi della Celeste-Nut guardare di sotto.
Capì subito che non erano gli occhi di Nut, ma quelli di Djet e quelli di Neheh, le due personificazione dei Pilastri di Shu, i quali altro non erano, che le braccia del Dio che sostenevano sua figlia.
Erano abbaglianti, trasparenti e infiniti. Come il Tempo.
Sfuggivano alla forma: due sagome umane, forse. Una femminile e l’altra maschile. Oppure il contrario. Djoser non riusciva a distinguerle. Erano talmente alti che la cima si perdeva oltre le nebbie che velavano il cielo, da cui spuntava, invece, la punta del Sesto Pilone, ancora indefinibile, a quella distanza.
L’inquietudine accelerò il battito del cuore, ma non rallentò il passo..
“E’ proprio strana l’atmosfera che si respira in que… - s’interruppe, mentre era chino a raccogliere sassolini – Djet h Neheh!  - proruppe – Ma che… che cosa sto facendo? Io ho già… ho già raccolto questa pietra… - si rigirò fra le dita l’unico esemplare di sassolino, anche se avrebbe dovuto averne in mano almeno due o tre - Per la Barba di Seth! Il Tempo sta scherzando col povero Djoser. Forse dovrei tornare indietro…”
Indietro dove? Si accorse che stava già passando in mezzo ai Pilastri. Ne percepiva tutta la forza vitale e gli parve perfino di sentirne il respiro. La sua mente cominciò a cavillare:
“Povero Djoser, sei davvero un fragile insetto e potresti essere schiacciato, se uno dei due sollevasse un piede. Djeth h Neheh.. Ah…sto passando in mezzo alle due Eternità! Se… se solo spostassero un piede, il Cielo mi crollerebbe addosso… Calma. Calma!. Shu li ha piazzati qui per reggere il Cielo e non per farlo crollare giù… Però, sarebbe saggio affrettare il passo. Corri, Djoser… Corri. Corri più lesto che puoi.”
Allungò il passo, ma una voce alle spalle lo trattenne:
“Perché ti affanni così, con quei piedi doloranti?”
Djoser si fermò; si voltò e restò senza parole: di fronte a lui c’era una fiamma bianca ed evanescente che guizzava intorno ad una figura dall’aspetto androgino; lunghi capelli, fisico asciutto e longilineo, schendit intorno ai fianchi, spalle atletiche, ma gambe e braccia sottili, mani delicate.
Il ragazzo la fissò senza parole.
“Sono Djeth. Sono l’Eternità dell’Eterna-Eternità.”
“Ma… tu.” balbettò con affanno il ragazzo, girando il capo verso destra, poi verso sinistra; i due Pilastri erano sempre al loro posto; la strana sensazione che il tempo gli sfuggisse di tra le dita, però, gli dilatò le pupille.
“Oh! – disse quella – E’ l’ansia da cui si fanno prendere tutti, quando passano di qua e vedono il Ka di uno di noi Due.”
“Vuoi… vuoi dire che tu sei il Ka dell’Eternità-Djeth?”
“E’ quello che ho detto!”
“… e vedi lo scorrere del Tempo?” balbettò Djoser.
“… prima ancora che venisse in esistenza…. all’origine dell’Universo fino alla sua fine” annuì Djeth.
“Alla sua fi…fine? Tu hai visto susseguirsi ogni evento… da... da quando Atum creò l’Universo all’interno del Nun?”
“Fino al Futuro che verrà, quando l’Universo tornerà materia primordiale e il tempo cesserà di scorrere.” spiegò amabilmente l’Eterna-Eternità.
“ Non ci saranno più albe né tramonti? – domandò Djoser, sgomento e smarrito – Né la Piena dopo la Secca?”
“Ci sarà un nuovo Inizio dopo la Fine, ma sarà compito di Neheh, la Ciclica Eternità,  prendersene cura.”
“Oh!”
“Oh!... Non sai dire altro? Tutti quelli che incontrano uno di noi Due, vogliono conoscere la propria eternità. Tu non sei…”
“No! – l’interruppe il ragazzo – Io non voglio conoscere il mio futuro, ma quello di un’altra persona.”
“Oh! – fu Djeth a mostrarsi stupita.. o stupito… Djoser non capiva se di fronte aveva un Essere di sesso femminile o maschile  – A chi appartiene il futuro che vorresti conoscere?”
“Alla principessa Nefer di Memfi, ultimogenita del Faraone.”
L’evanescente Ka di Djeth protese una mano per tracciare una lunga ellissi dentro cui comparvero immediatamente scene come in una pittura parietale in movimento.
Djoser vide una nave scivolare lenta su una distesa di acque. La riconobbe subito: era il “Tritone”, la nave del principe Omohlo di Festo. Vide la principessa Nefer che osservava lo sciabordare delle acque contro la fiancata; accanto a lei c’era il principe Omohlo e stavano parlando amabilmente. D’un tratto udì il grido d’allarme del principe: “Pirati…Pirati!” e vide alcune imbarcazioni che correvano veloci sulla scia della nave.
“Pirati…” esclamò il ragazzo, ma Djeth aveva già cancellato il suo anello di immagini.
“Ora devi andare. – stava dicendo – La Settima Ora sta per scoccare e non è prudente per alcun viandante, vivente e non, in transito per questi sentieri, lasciarsi intrappolare nella lotta tra Horo-Ra e Apep… Vai, giovane viandante e non ti voltare. Guarda davanti a te il Sesto Pilone. Vai ed affrontalo.”
Djoser si girò, ma dalle labbra gli sfuggì un’imprecazione:
“Per la Barba di Seth! Quel Pilone sta in piedi sul precipizio!”
Si girò verso Djeth, ma l’Eterna-Eternità era svanita ed egli era di nuovo l’unico viandante su quel sentiero..

(continua)
brano tratto da.   "DJOSER e i Libri di Thot"

di Maria Pace   
Editrice MONTECOVELLO

lo si può richiedere presso qualunque libreria - in rete - o presso l'Editore
  oppure presso l'Autrice  SCONTATO  ed  AUTOGRAFATO
mariapace2010@gmail.com

giovedì 8 gennaio 2015

IL GENIO del GRANO

IL GENIO del GRANO (brano tratto dal libro DJOSER e i Libri di Thot)
.......
Forse a causa di un’improvvisa stanchezza che gli rallentava il passo, forse per una vertigine, d’un tratto inciampò in un groviglio di radici disposte in così mirabile complessità, così strettamente intrecciate, da sembrare un nido.
Scelse la più grossa di quelle radici per fermarsi a riposare un po’. Era stanco e il braccio escoriato bruciava come fuoco. Sedette e recitò: “Oh, Thot, che hai a cuore la protezione delle ferite,
proteggi Djoser; che non sia trascinato per le braccia.
Che non gli sia fatta violenza e possa procedere salvo e…”
Un sibilo lungo e regolare, come di un profondo respiro, interruppe la sua litania. Tese l’orecchio per ascoltare meglio.
“Psss…zzz… Psss…zzz.” sembrava proprio il respiro pesante di qualcuno che stava dormendo.
“Qualcuno sta russando… Deve esserci qualcuno beatamente addormentato. Chi sarà mai? Forse qualche Anima-Akh sulla strada degli Hotep-Jaru… Non vedo bagliori: le Anime Gloriose non emettono luce?” si chiese guardandosi intorno.
Scoprì che la grossa radice su cui stava seduto era proprio la sporgenza di un nido. Era sistemato all’interno di una larga buca e circondato dalle radici di un grosso albero.
Adagiato su un letto di morbido fogliame, qualcuno, raggomitolato su se stesso, era placidamente addormentato.
Si arrampicò sulle radici per guardare meglio e vide un ragazzo. Un adolescente. Poteva avere dieci o undici anni. Dormiva a braccia conserte e ginocchia raccolte. Il petto si gonfiava ritmicamente al respiro e dalle labbra semiaperte usciva quel sibilo quasi musicale che aveva attirato la sua attenzione.
Era tutto verde. Dai capelli ai piedi. Le ciglia socchiuse, verdi anche quelle, si muovevano al ritmo del respiro; le piccole narici fremevano e il sembiante era tutto un sorriso, come se il Deforme-Bes avesse messo dietro la sua fronte, sogni allegri e vivaci.
“Neper! – esclamò, riconoscendolo alla prima occhiata – Ma è il piccolo Neper che dorme nella sua culla.”
Era proprio Neper, il Genio del Grano, ed era cresciuto dal loro ultimo incontro. Somigliava sempre più a quella piccola canaglia del suo amico Mosè… a parte il colore della pelle.
Continuò a fissarlo, dall’alto di quel groviglio di rovi, sterpi e radici, seguendo con sguardo quasi d’affetto ogni più impercettibile movimento attraverso cui il fanciullo emetteva sfolgorii e verdi bagliori.
Come richiamato dal suo sguardo, il Genio del Grano, aprì gli occhi e gettò intorno una rapido sguardo fangoso ed annebbiato, poi li richiuse. Li riaprì immediatamente dopo, però, balzando a sedere; non pareva essersi ancora accorto della presenza di Djoser.
“Ohhh! – sbadigliò stendendo le braccia ed aprendo le mani e le dita affusolate, da cui spuntavano verdi germogli – Che sonno! Non è ancora tempo… Cosa può avermi svegliato?”
“Sono stato io. Sei cresciuto dall’ultima volta.” esordì Djoser.
“E tu chi sei? Ahhh!...” tornò a sbadigliare il piccolo Genio del grano, scattando in piedi.
“Sei cresciuto dall’ultima volta.” ripetè Djoser.
”E tu chi sei?” Neper rifece la domanda stiracchiandosi e mostrandosi in tutta la persona. Era diventato alto quanto lui, pensò Djoser, e forse anche di più, ma il fisico era rimasto quello svelto e scattante di un adolescente.
“Djoser? – il tono gioioso di Neper-adolescente, spezzò le sue considerazioni – Sei proprio Djoser!”
“Sono proprio Djoser, Colui-che-esce…”
“No! No! – l’interruppe l’altro scrollando il capo; i capelli verdi, arruffati come erba cipollina, sembravano un nido di passeri; dagli occhi partì un bagliore turchese che riempì l’aria di sfolgorii – Non bisogna pronunciare mai invano il proprio nome segreto. So bene chi sei. Mi ricordo di te. Qualcun altro, con malevoli intenzioni, potrebbe anch’egli ricordarsi di te.”
“Davvero? Non ho visto nessuno qui intorno da quando vi ho messo piede, all’infuori di Neper, che ho lasciato fanciullo e ritrovo ragazzo.”
Djoser gli sfiorò la spalla sinistra su cui era venuto a posarsi un piccolo di airone dal piumaggio grigio-argento. Quella vista gli riportò alla mente l’airone azzurro, la forma assunta dalla sua Anima-Ba e Neper-fanciullo che la prendeva in custodia per attraversare il Mondo-di-Sotto. Stava proprio per chiedergli di quell’airone, ma l’altro lo prevenne:
“Occhi ed orecchie sono nascosti dentro ogni calice, dietro foglie, rami e radici, pronti a portarti via il tuo nome-ren.” lo informò, con quella stessa espressione che anche il piccolo amico Mosè amava assumere per le sue confidenze.
“Chi mai potrebbe avere questa intenzione? – replicò Djoser con un sorriso – Non ho veduto nemmeno l’ombra di un’anima defunta da quando sono arrivato qui, come dicevo prima e…”
“Ne sei davvero sicuro?” sorrise Neper, amabilmente e con un pizzico di malizia, scuotendo il capo e facendo oscillare lo stelo di papiro che gli tratteneva i capelli sulla fronte.
“Non capisco.” insistette Djoser.
Neper allora sollevò il ramo d’ulivo che stringeva nella destra e tracciò nell’aria la sagoma di una nuvola dai riflessi dorati. Djoser credette di vedere abbaglianti lumicini aprirsi e richiudersi in rapida successione al suo interno: un attimo dopo era circondato da una folla di minuscole creature verdi che gli svolazzavano intorno. Buffi e bizzarri, avevano teste enormi e vaporosi capelli da cui spuntavano fiorellini, foglie e radici.
“Chi… Che cosa sono queste creature?”
Rumorose, vicaci ed anche un po’ impertinenti, le piccole creature gli giravano intorno vorticosamente tenendosi per mano in un allegro girotondo. Agitavano germogli di grano e qualcuna osava addirittura avvicinarsi così tanto al suo naso da stuzzicarlo fino a farlo starnutire, come quando, nella stagione della Germinazione, l’aria si riempiva di pulviscolo di fiori.
“Chi sono queste piccole creature?” domandò ancora il ragazzo, incapace di controllarne l’incontenibile vivacità. Quando cercava di afferrarne qualcuna, eccole sparire tutte, perfettamente mimetizzate nell’ambiente, ma ricomparivano subito dopo più vispe e vivaci ancora. Gli occhietti tondi e luccicanti fissi su di lui parevano torce accese e le faccette verdi si confondevano nell’erba.
“Sono i Genietti del grano e della vegetazione.” spiegò Neper.
“Non capisco.” continuava a ripetere il ragazzo.
“Non capisci? Come fai a non capire? Sono i Genietti del grano e della vegetazione. – sottolineò Neper - Vivono nascosti tra petali di fiori, foglie di grano, muschio e licheni… Guarda. Guarda, Djoser.. arrivano da ogni parte.”

Arrivavano a decine, svolazzando nell’aria o spuntando dal suolo o staccandosi da qualche radice; qualcuno arrivò perfino cavalcando piccole, coloratissime farfalle.
“Sono i Genietti dei germogli di grano. Sono loro che al momento della germinazione danno la spinta al chicco che si sveglia dal lungo dormire e spunta di sopra, nella pelle rugosa del generoso Geb, Signore della Terra. Ognuno di quei germogli metterà una spiga che darà agli uomini tanti chicchi.”
E prima che Djoser si riavesse dalla meraviglia:
“Chicolino, dove sei?” – cominciò a canticchiare -
Sotto terra, non lo sai?
E là sotto, non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla.”
A questo punto gli occhi di Djoser sfavillarono. Quella filastrocca gliela recitava sempre sua madre.
“Dormi sempre, ma perché?”
“Voglio crescere come te.” gli fece eco il verde amichetto.
“E se tanto dormirai, chiccolino, che farai?”
“Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò.”
“Oh!” gioì Djoser, al colmo di una meraviglia che Neper, però, smorzò subito, ordinando ai folletti di tornare nelle loro culle.
“Non è ancora giunto il mio tempo. – spiegò con un sorriso – Se cominciassi a sping
ere i germogli fuori della pelle di Geb prima del tempo consentito, quelle che i contadini mieterebbero, sarebbero spighe gracili e vuote. Devo tornare alla mia occupazione che… ah..ah… è quella di dormire nella mia culla.”
“Capisco!” assentì malinconicamente Djoser.
“E tu devi continuare il tuo percorso. La Settima Ora è davvero vicina.” l’avvertì Neper portandosi una mano sul sopracciglio e aguzzando la vista per fissare i rossi vapori che si staccavano dall’orizzonte; Djoser fece un cenno affermativo del capo.
”Fai attenzione: non sono tutte gradevoli, le creature che transitano da queste parti.” e con quelle parole, già pronto al letargo, il Genio del Grano si accinse a rientrare nel nido.
“Grazie, o Genio gentile e cortese. Farò attenzione, ma prima vorrei dare sollievo al mio braccio con un impacco di queste foglie.” aggiunse tornando a sedersi sulla grossa radice.
“Quel Sicomoro di Smeraldo diventa ogni giorno più aggressivo.” Neper scosse il capo e si riavvicinò al ragazzo.
”Come sai che è stato il Sicomoro di Smeraldo a procurarmi queste escoriazioni?”
“Le conosco bene, quelle escoriazioni. Sempre più viandanti si lamentano dei suoi attacchi a sorpresa.“ rispose Neper staccandosi una minuscola campanula appesa al tralcio di vite che gli faceva da cintura. L’aprì e due gocce trasparenti ed incolori si staccarono dal bordo del calice. Neper le raccolse nell’incavo della mano e un profumo soave si diffuse nell’aria.
“E’ Balsamo Divino. - spiegò chinandosi e cospargendo con quel liquido la ferita di Djoser – Sei il secondo mortale ad essere sanato con questo unguento. Sono lacrime di Sekhmet: quelle con cui la Leonessa-Divina guarì il pio Adap.”
(continua)

brano tratto da  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE  Editrice MONTECOVELLO

da richiedere in libreria o presso l'Editore
oppure  AUTOGRAFATO presso l'Autrice
 mariapace2010@gmail.com