L'EGITTO dei FARAONI




DJOSER e Lo Scettro si Anubi

DJOSER e I LIbri di Thot

DJOSER e I Giardini di Osiride

DJOSER e il ritorno di Hapy

ANTICO EGITTO - Faraoni e Regine

ANTICO EGITTO - Credenze Religiose

ANTICO EGITTO - La Scrittura... La magia dei Geroglifici

lunedì 21 luglio 2014

AA-HIT Signora-de-Terrore - Dama del Primo Pilone di Osiride





Djoser cominciò a contare i gradini; ua, senu, khenet, fedu…(uno, due, tre, quattro)… medyu (dieci)… dyebati (venti) smise di contare e quand’ebbe raggiunto le Torri e la Muraglia, salutò:
    Omaggio a Te, Primo Pilastro di Usir-dal-cuore-immobile.
     Io sto compiendo la mia strada. Io  Ti conosco 
Le parole rotolarono nel silenzio, fragorose come ciottoli spinti dal vento impetuoso del deserto; l’eco che si trascinavano dietro era secca ed ossessiva.
Un silenzio agghiacciante, però, inghiottì improvvisamente ogni cosa, compreso il ghigno dei due demoni, i quali lo avevano seguito, ma che abbassarono la testa e ritirarono il velenoso pungiglione.  
    “O Signore dell’Amenti, Re dell’eternità…” s’interruppe e un forte sbavo di paura gli percorse l’inguine e il ventre, salì attraverso lo stomaco e raggiunse il cuore: stagliata contro la Muraglia c’era un’inquietante figura di di donna che il ragazzo riconobbe subito e salutò con voce malferma:
“Io conosco il nome de…della Dama di questo Pilone. Signora-della-Torre è il suo nome. Padrona-delle-Tenebra. Dama che respinge il violento… Aa-hit, è il tuo nome, Madre di Aha-il-Combattente.”
La bocca sdegnosamente arcuata e minacciosamente socchiusa in un sorriso, tale da far rabbrividire la stessa Bestia-Ammit,  Aa-hit lo guardò come si guarda un insetto.

Era la Signora del Primo Pilone dei Giardini di Osiride.
Chimera dalle ali inquiete, Sfinge dallo sguardo enigmatico, Aa-hit lo fronteggiò in tutta la sua divina bellezza: irresistibile, pericolosa e potente come il cobra eretto sulla fronte di un Faraone.
Djoser provò a distogliere lo sguardo, ma non ne fu capace: una forza superiore l’attirava verso di Lei.
Occhi verdi di brace, labbra rosse e carnose, Aa-hit lo fissava scuotendo i lunghissimi, cespugliosi capelli legati sulla nuca e trattenuti da due ali dorate di avvoltoio: l’acconciatura delle Regine. Al contrario di quelle, però, in purissimo oro proveniente dalle cave del Sinai, le ali che ornavano la Dama di quel Pilone erano vibranti e palpitanti di vita e scuotevano l’aria, andando a congiungersi al centro della fronte, dove era incisa la figura di un piccolo scorpione.  Non si capiva se anche quello fosse vero o finto, ma, ogni qual volta la  Dama corrugava la fronte,  pareva agitarsi.
Aa-hit indossava una veste di pelle scura e aderente, una seconda pelle che faceva risaltare ogni angolazione, ogni curva, ogni sinuosità del suo corpo.
Djoser la fissò terrorizzato e affascinato, accecato dal bagliore del pettorale d’argento con le insegne da Combattente, mazza e pugnale, che assecondava la linea prorompente del seno. Vi  era incisa anche la figura di uno scorpione circondato di fiamme; stessa incisione sulla larga cintura che le stringeva la vita ed a cui erano appesi catene e flagelli.
Djoser frugò febbrilmente, ma inutilmente, dentro la mente alla ricerca di formule sacre con cui placarne l’ira sdegnosa: la paura gli impediva di pensare e gli occhi seguivano atterriti il lento movimento del suo braccio destro armato di un pugnale dalla lama insanguinata.
Immobile, attese che la punta a testa di scorpione della lunga canna, che la Signora-del-Terrore gli puntava contro, gli penetrasse nel petto; alle sue spalle, le sagome prostrate al suolo dei due demoni, sembravano macchie scure spalmate sul pavimento. 
    “O Grande di Potenza, Signora della Distruzione.
     O Dama dell’Orizzonte che lava i suoi coltelli,
     io sono giunto qui munito di magia…”  le parole gli irruppero nel cervello con la violenza di un sasso lanciato con la fionda, ma non sortirono l’effetto che s’aspettava da loro: Aa-hit era sempre lì, minacciosa e determinata ad impedirgli l’accesso oltre quel Pilone.

Djoser conosceva bene la sua natura e la sua funzione: era una delle Madri-degli-Antichi che Osiride aveva messo a protezione dei confini dei suoi Giardini.
Djoser era terrorizzato. Le risorse del suo animo, diceva sempre il venerabile Hetpher, erano insospettabili e fu a quelle che si aggrappò in quel momento. Con accento di sfida sollevò il bastone che il Venerabile gli aveva messo nelle mani e con quello rintuzzò la canna della Dama del Pilastro.
Seguì un tuono: la risata della Dama. Riverberò intorno a lui, avviluppandolo in una spirale; il braccio ustionato ardeva di indicibile dolore e quando il bastone gli cadde di mano e finì per terra, il ragazzo si sentì perduto e si curvò in avanti.
L’ombra di Aa-hit piombò su di lui come una massa scura, ma un’altra ombra, più larga ancora e più scura, inghiottì la sua e quella della Dama; il ragazzo non osò nemmeno sollevare il capo.
Il suo sguardo, fisso al suolo, seguì la forma scura che andava delineandosi per terra, nitida e chiara.
La prima cosa che distinse fu la sagoma di una mano armata di hedy, mazza da combattimento degli antichi guerrieri, poi vide un gigantesco scorpione che gli fece fare un sobbalzo indietro.
“SeleK-Hor!” proruppe.

brano tratto da    "DJOSER e i Libri di Thot"

nelle miglioro librerie, presso  MONTECOVELLO EDITORE oppure  AMAZON
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IL KA (fantasma) DI NSITATEN

                                                    IL  KA (fantasma)  DI  NSITAMEN

 Un quarto di luna offriva un pallido chiarore; sufficiente, però, per ammantare di ombre inquietanti la necropoli ad oriente della Piramide di Khufu. Non quella parte che ospitava le hut-kau di Nobili e Dignitari, le grandi tombe sempre provviste di offerte e con l’immagine del proprietario incisa su una lastra di pietra, sontuose e bene allineate. La debole luce di quel quarto di luna lasciava in penombra le pendici delle montagne, la cui sola luce proveniva dalla fiamma dell’unico tripode che la brezza notturna faceva tremolare. Laggiù, scavate nella roccia, c’erano tombe modeste e disadorne. C’era anche la tomba in cui l’architetto Pthahotep aveva sepolto sua moglie Nsitaten prima di partire con Djoser per l’esilio di Sais.
Fra tumuli e fosse, Djoser si aggirava trascinando uno slittino, Avanzava a fatica, ma determinato. Avanzava solitario, perché in quella parte del cimitero le guardie avevano poco da proteggere. E avanzava silenzioso, essendo, lo stridore dello slittino contro i sassi, il solo rumore.
Due enormi roditori gli sfrecciarono davanti facendolo sobbalzare.
“Djet h Neheh!.. come dice l’amico Mosè. – proruppe, lanciando una rapida occhiata intorno – Topi così grossi e ben pasciuti metterebbero in fuga il più famelico dei gatti… Coraggio, Djoser… Non lasciamoci distrarre dal nulla.”
A circondarlo era davvero il Nulla, poiché non c’era alcun rumore: inutile tendere l’orecchio per sorprenderne uno qualsiasi: un bisbiglio, un sussurro. Nulla. Neppure il rumore dei granelli di terra smossi dall’aria. Ed era veramente solo. Solo in mezzo a pietre che evocavano storie di vite vissute; pietre che raccontavano la pietà di uomini verso altri uomini. Pietre misere, forse, ma capaci di proteggere il Grande Mistero: la partenza da questo Mondo per  il Mondo-di-Sotto.
Già una volta si era trovato in una circostanza simile. Era consapevole di ciò che stava facendo e dei rischi che stava correndo. E non era il castigo degli uomini che temeva; di ben altra sostanza era il suo disagio, perciò cominciò a recitare:
   “Voi che fate entrare le Anime-Bau nella dimora di Osiride,
    fate entrare con Voi l’Anima-Ba di Nsitaten.
   Voi, che aprite i Cammini per Osiride…”
Un soffio leggero gli sfiorò il collo; rabbrividì, ma proseguiì:
    “Oh Unico, che Ti alzi nella Luna, salute a Te.
     Che a Nsitaten siano sempre aperte le Sekhet della Duat...”
“Djoser…”
Una voce lo sorprese alle spalle; deglutì a fatica e arrestò immediatamente il passo, andando ad inciampare contro una sporgenza del terreno. Riuscì a conservare l’equilibrio, ma il respiro divenne rapido e veloce come l’ansimare di una bestia in trappola.
Il riflesso della luna sullo spigolo della grande Piramide del faraone Khufu gli illuminò la faccia: non aveva bisogno di frugare nella mente per riconoscere quella voce.
“Madre…” invocò; l’orizzonte davanti a lui era livido e i suoi occhi lo sfiorarono sgomenti.
“Non  spaventarti, figlio mio adorato... Sono qui. Dietro di te.”
Djoser si girò, tremante della più violenta emozione: dietro di lui, attraversata dal timido bagliore della luna, vide la figura evanescente di sua madre Nsitaten.
Non era l’immagine luminosa che gli era apparsa alla Laguna-della-Doppia-Fiamma, nel Mondo-Di-Sotto, quando gli era venuta incontro insieme al maestro Pthahotep, ma era sempre giovane e bella. Così come la ricordava: la madre più bella del mondo.
Stava immobile di fronte a lui, con sguardo amoroso. Verdi bagliori partivano dall’amuleto Uay, in porcellana smaltata e a forma di papiro, che le pendeva sul petto. Glielo aveva messo al collo il padre prima di chiudere il suo corpo fra le bende per assicurarle vigore ed eterna giovinezza.
“Madre!” gemette e e non si accorse di piangere, fino a quando non sentì il sapore delle lacrime sulle labbra. Si lanciò in avanti. Il gesto impetuoso lo fece inciampare contro lo slittino. Si rialzò e tese nuovamente le braccia, ma si ritrasse spaventato: il contatto con la luminosa superficie di quell’amuleto gli aveva bruciato la pelle.
Djoser lo fisso terrorizzato.
“Non aver paura, figlio adorato. – lo rassicurò la figura evanescente, chinandosi a soffiare sulle dita dolenti, così come faceva quand’era bambino e si sbucciava un ginocchio – Non ti arrecherà alcun danno. Non può nuocere ad un puro di cuore e tu, figlio mio, sei puro come il respiro della Celeste Nut.”
“Ma... –  replicò il ragazzo – sembra di fuoco.”
“Era di fuoco. – spiegò sorridendo il fantasma di sua madre – Era una fiamma divorante quando ha contrastato le malvagie intenzioni del Distruttore-di-Cuori.”
“Hai incontrato il Distruttore-di-Cuori?” s’impressionò Djoser.
“Oh! – sorrise lei, nel modo più celestiale che il ragazzo immaginava si potesse sorridere – Il Ka di tua madre attraverserebbe le lande più desolate del Mondo-di-Sotto e anche del Mondo-di-Sopra ed affronterebbe Demoni e Spiriti malvagi per poterti vedere anche un solo istante.”
“Il tuo Ka? – la interrupe il ragazzo – Non capisco, madre.”
“Questo che vedi davanti a te, figlio mio, non è il Corpo-di-Gloria di tua madre. Non è il Glorioso-Akh che hai incontrato allo Stagno-di-Fuoco, Di-Sotto. Quello è rimasto agli Hotep-Jaru. Questo che vedi è solamente lo Spirito di tua madre.”
“Che cosa ci fa lo spirito della mia adorata madre fuori della tomba? E’ in cerca d’acqua e cibo? Le ultime offerte deposte non erano sufficienti alle tue necessità? Quale figlio snaturato lascerebbe girovagare lo spirito di sua madre in cerca di cibo?”
“Oh!... Il mio Akh vive felice nei Giardini-di-Osiride. Non gli manca nulla. Nè cibo, né acqua e neppure fiori, che rallegrano la vista. - il fantasma di Nsitaten ebbe un sorriso che le riempì  lo sguardo di faville - E non manca nulla neppure al mio Ka, che vive nella hut-ka, grazie a te, figlio mio, Anima della mia Anima!”
“Oh! – proruppe Djoser – Avrei voluto essere io a chiudere i tuoi occhi quando il soffio di Anubi ha toccato le tue palpebre, madre…” s’interruppe per trattenere un singhiozzo.
Il fantasma di Nsitaten sorrise ancora.
”Non ero da sola. Tuo padre era con me ed ora che anch’egli mi ha raggiunto, ogni giorno noi due varchiamo insieme i Cancelli di Geb per venirti incontro.”
“Oh, madre mia. – la interruppe Djoser – Io voglio che voi due siate uniti anche qui, come lo siete nel Mondo-di-Sotto.”
“Lo sai, figlio mio! Queste sono le leggi stabilite dagli Dei: la hut-ka, in questo Mondo, per accogliere il corpo e i Sekhet-Jaru, nell’Altro, per accogliere i Gloriosi-Akh!”
Djoser non la lasciò proseguire.
“E’ una cosa che tuo figlio non può più accettare, madre. Il giorno in cui lasciammo Sais, fu perché il caro padre sentiva avvicinarsi il tempo stabilito per lui dagli Dei e voleva che la morte lo ricongiungesse alla tanto amata compagna della sua vita. Quel giorno, madre mia, io giurai a me stesso che nessuno mai, su questa terra, avrebbe tenuto separati i vostri  corpi.”
Nsitaten ebbe un lungo sospiro.
“Vengo qualche volta a fare visita alla casa-eterna che tuo padre preparò per il mio corpo-sahu, qui nella necropoli…”
“Il maestro voleva per te  una casa più dignitosa.”
“Lo so, figlio mio. Lo so! Non angosciarti per questo.”
“Ero un  bambino, allora, – Djoser scosse il capo - ma ora molte cose sono cambiate nella vita di tuo figlio, madre, e…”
“Oh, Djoser, figlio adorato, non vorrai fare qualche pazzia?”
“Io voglio solo riparare all’ingiusta sorte che il Destino ha riservato ai miei genitori: da questa notte non vi mancherà nulla, là dove andrete a vivere insieme.”
Un luccichio comparve negli occhi del fantasma di Nsitaten, quasi di pianto. Così luminoso, così carico di splendore, che perfino il riflesso della luna, restituito dalla superficie abbagliante della piramide di Khufu, alle loro spalle, pareva un timido bagliore.
“So che cosa vuoi fare, figlio mio. So, che cosa stai facendo… e te ne sono grata. Te ne siamo grati tutti e due, io e tuo padre, ma io sono qui per pregarti di  rinunciare dal tuo proposito, che è lodevole ma pericoloso....Oh, Djoser, piccolo mio, io devo andare… Vorrei restare per convincerti a non fare pazzie, ma non posso fermarmi. La Dea-del-Silenzio mi chiama. De … devo an... anda…”
Prima ancora di terminare le sue parole, lo spirito di Nsitaten si dissolse nell’ombra.
“Madre…” cercò invano di trattenerla il ragazzo, con lo sguardo lucido  di lacrime non trattenute.
(continua)

brano tratto dal libro di Maria Pace:   "DJOSER e i Libri di Thot"
SOCIETA' EDITRICE MONTECOVELLO

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martedì 23 luglio 2013

... MEANDRI...






"La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che
ne nasconde un altro, senza restarne sopraffatti. Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?"
Djoser osò e la sua mente s'inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro
pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.
La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella "fusione", fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo
Spirito-Ka e l'Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l'Ombra-Shut brillava come un sole riflesso in uno stagno, tanto era lo Splendore all'interno del Signore del Mondo-di-Sotto. Una meraviglia infinita. Una purezza totale. Una generosità ed una tenerezza incalcolabili.
Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C'era
una Luce Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenzadel balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo. Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì
irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all'aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.
Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un'inquietudine particolari, poichè erano la pena e l'inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità. Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite. C'era in quel dolore tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l'ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall'amato Geb, Signore della Terra.
La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e
pesante. Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé. Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell'aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:
"Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?"
"O Divino Sciacallo! - proruppe il ragazzo - Vuoi degnarti di parlare a Djoser di Questioni Divine?"
"Ascolta! - fece semplicemente Anubi, con quella voce che di certo atterriva i Kau dei
defunti quando li traghettava attraverso le vie della Duat, ma che, pur facendolo rabbrividire, non lo spaventava più - Questa non è la storia che si sente per bocca dei preti. Questa è la storia vera degli Dei. Ascolta!... Ra, Padre degli Dei, la cui sostanza è Fuoco e Calore, cercava una sposa di opposta sostanza che non restasse incenerita dal suo fulgore. Latrovò in Nut, Signora del Cielo. Ra, però, non disdegnava altre compagne... " Djoser ascoltava e taceva.
"In verità, neppure la Celeste Nut era fedele. Al vecchio e bavoso Ra, preferiva Geb, forte
e vigoroso."
Una pausa e un respiro rovente che fece oscillare la fiamma del bivacco, poi Anubi fece cenno
al ragazzo di tornare a sedersi accanto al fuoco e lo stesso fece anch'Egli, accosciandosi dall'altra parte.
"Nut e Geb si accoppiarono per quattro giorni, prima che Ra li separasse."
Ancora una pausa e un profondo rossore sulla faccia di Djoser, non ancora iniziato ai misteri
dell'amore e del sesso. Anubi ebbe un sorriso indulgente che gli distese il volto e gli addolcì l'espressione dello sguardo incandescente e verde.
"Da quell'amplesso nacquero quattro figli. Il primo a lasciare il grembo materno fu
Osiride. Fu subito forte, saggio e coraggioso come suo padre. Un'ora più tardi nacque Seth, ma la sua nascita fu violenta e produsse una dolorosa ferita nel grembo di sua madre, il Cielo, attraverso cui cominciarono a passare fulmini e saette, poi... poi nacque Isis, Dispensatrice della Vita. - recitò Anubi con enfasi - Iside, che scoprì il grano e lo mostrò ad Osiride affinchè ne facesse dono agli uomini. Nacque in un cielo sereno e irrorato di rugiada. E infine... infine nacque Nefty, la più bella fra gli Immortali. Nebthet, era il suo nome ren, a ragione di tanta grazia e bellezza, ma null'altro possedeva: solo grazia e bellezza.
Non la misericordia o la generosità di Iside!"
Lo sguardo del Dio s'incupì; Djoser gli vide scuotere con veemenza il capo, tanto da far
fluttuare vorticosamente l'etra intorno a loro. Il ragazzo si portò una mano alla gola come se stesse soffocando, ma Anubi stese un braccio e l'aria tornò placida, come il tono della voce, quando parlò:
"Tu non sai, però, che anche il vecchio Ra si era accoppiato con Nut durante quei quattro
giorni!"
"Oh!" fu il commento dell'allievo di Ptha.
"Chi può dire con certezza quali dei quattro fratelli siano Figli di Ra e quali di Geb?"
Non poteva giurarci, ma a Djoser parve avvertire una nota di feroce ironia nella voce di
Signore del Mondo-Nascosto. Quasi divertita. D'altronde, se quelle cose accadevano in Cielo...
"Geb, che regnava sull'Egitto, divise il Regno tra i due fratelli: a Osiride toccò l'Egitto
Superiore ed a Seth andò l'Egitto Inferiore. Iside divenne la sposa di Osiridee Nefty fu fatta sposare a Seth. Ma... sai, tu, cosa avvenne?"
Djoser scosse il capo.
"La maledizione di Ra si abbatté su di loro. Sono Figli del Sole, andava domandandosi il
vecchio e rancoroso Padre degli Dei, oppure sono Figli del Fango e della Palude?"
(CONTINUA)
brano tratto dal libro di Maria Pace
"DJOSER e lo Scettro di Anubi" - edito da Societa' Editrice MONTECOVELLO
DA RICHIEDERE PRESSO QUALUNQUE LIBRERIA
posso chiedere se qualcuno è interessato alla lettura? costa quanto una scatola di cioccolatini, ma è più "buono",  poiché sostiene il progetto SAVE THE GHILDREN - NON SIAMO SOLI

sabato 1 giugno 2013

RO-STAU la Porta dell'Oltretomba egizia

IL RO-STAU - La Porta dell'Oltretomba

tratto dal libro "DJOSER e lo Scettro di Anubi" sulla traccia de "IL PAPIRO di TORINO"... il papiro più famoso al mondo.


(seguito)
Fu solo in quel momento che Djoser avvertì una seconda presenza nella stanza e sentì un soffio alitargli sul collo con il bruciore di una fiamma. Capì subito, senza nemmeno voltarsi, che si trattava di Anubi.
Si girò, con animo lieto e gioioso, ma precipitò nello sgomento: l’aspetto del Signore delle Tenebre-Profonde non era quello a lui familiare, gioviale ed un pò ironico. Non era l’aspetto amabile e cortese del compagno di giochi, del maestro sempre indulgente. Il sembiante di Anubi era simile ad una fiamma minacciosa. Gli occhi verdi ed incandescenti parevano pronti ad incenerire, denti e zanne a lacerare, mani ad artiglio a squartare.
Terribile ed Implacabile. Ecco il vero aspetto di Anubi. Così come lo aveva “visto” comparire davanti al principe Kabaef prima che gli succhiasse la vita con quello sguardo tremendo.
Terrorizzato, il ragazzo si girò verso Hapy, ma il Signore del Nilo non c’era più; al suo posto era rimasto un intenso profumo di loto e papiro e una miriade di scintille sempre più trasparenti.
Djoser balbettò qualcosa, ma la mano ad artiglio di Anubi lo toccò sulla spalla e la paura scivolò via dal suo spirito, come l’ombra del pomeriggio sulle case. Il ragazzo abbassò lo sguardo e nel breve battito di ciglia, che a lui parve lungo quanto l’Eternità, la Tenebra si squarciò davanti ai suoi occhi sollevando il primo velo dei Grandi Misteri di Ptha: la Gola del Ro-Stau, la grande Porta dell’Oltretomba.
Djoser la fissò irrigidito dalla paura. Il braccio di Anubi lo guidò e il ragazzo comprese la ragione per la quale lo Sciacallo Divino aveva assunto quel terribile aspetto: tre Demoni, armati di mannaie e coltelli, terrificanti a guardarsi, stavano venendo loro incontro per impedire l’accesso a quella Soglia.
Erano i Sorveglianti del Ro-Stau e al cospetto del Signore del Cammino-Nascosto, pur tra mugugni ed invettive, indietreggiarono. Prima di lasciarlo passare, però, per le Leggi che regolavano il Mondo-di-Sotto, pretesero di conoscere il
nome del pellegrino e che egli pronunciasse il loro, con la giusta intonazione.
Anubi fece un cenno affermativo del capo e il ragazzo recitò:
“Sono Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha. Il mio ren è: Colui-che-esce-dai-papiri.”
“Da dove vieni?” chiese l’Araldo.
“Dalla terra di Ineb-Heg, il Muro Bianco di Memfi.”
“Che cosa sei venuto a fare qui?”
“Sono venuto per conoscere i segreti della Duat. Aprite il Ro-Stau e lasciatemi entrare. – ordinò - Io non sono arrivato qui impuro, ma provvisto di magia e conosco i vostri nomi: Mades è il tuo nome, Heri-sep è quello del tu compagno e tu sei Babi.”
I demoni abbassarono subito asce e mannaie e il grande portale si spalancò con un fragore assordante che lo fece trasalire, nondimeno, si apprestò ad oltrepassare la Buca del Mistero. Con un certo disagio, per la verità: il disagio del distacco che la Terra avverte quando la zappa le stacca una zolla dalla crosta. Era come se il suo essere si fosse scisso e parte di sé fosse rimasta fuori di quella Soglia. Non dolore fisico, ma piuttosto un disagio dello spirito per la perdita di qualcosa. Comprese di aver lasciato su quella Soglia la prima delle “identità” che componevano il suo essere umano: il ren, il nome segreto.
Un’altra delle identità era il Ka, lo Spirito. Era simile al djet, il corpo fisico, di cui era la copia esatta. C’era poi il Ba, l’Anima, che era la parte più intima dell’uomo. E c’era la Shut, l’Ombra. Infine c’erano l’Ib e l’Akh, il Cuore e il Corpo di Gloria. Sette, in totale, e lui provava quel senso di perdita che si avverte quando si smarrisce qualcosa di prezioso e vitale.
Che il ren fosse una questione molto importante per la creatura umana, Djoser lo sapeva assai bene. Vitale, per la verità, dal momento che neppure gli Dei potevano farne a meno. Non avere un nome equivaleva a non esistere. Possedere il nome segreto di un’altra persona
 (continua)
 Brano tratto dal libro DJOSER e lo Scettro di Anubi

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