FASCINO, MAGIA e SPLENDORE dell'ANTICO EGITTO nei LIBRI di Maria PACE, ispirati al celeberrimo "PAPIRO di TORINO - IL LIBRO dei MORTI degli ANTICHI EGIZI" VENITE A CONOSCERLI. RICHIEDETE i libri ad Amazon oppure in rete o anche direttamente all'autrice, SCONTATI e con DEDICA PERSONALIZZATA a questo indirizzo: mariapace2010@gmail.com
L'EGITTO dei FARAONI
DJOSER e I LIbri di Thot
DJOSER e I Giardini di Osiride
DJOSER e il ritorno di Hapy
ANTICO EGITTO - Faraoni e Regine
ANTICO EGITTO - Credenze Religiose
ANTICO EGITTO - La Scrittura... La magia dei Geroglifici
mercoledì 9 ottobre 2019
martedì 29 settembre 2015
GLI AMANTI DIVINI
Erano i Venti. Li riconobbe subito. Tutti e quattro: il vento del Nord,
quello del Sud, il vento d’Oriente e quello d’Occidente. Stavano convergendo
tutti verso un punto formando un vortice in cui venne attirato. Là dentro sentì
una tonante voce, irosa e al contempo dolce e quasi struggente. Riconobbe la
voce di Shu, Signore dell’Aria, padre di Geb e Nut, gli Amanti Divini.
Finalmente il vortice si placò, cedendo ad una brezza gentile che lo spinse
ancora più su.
Stordito e barcollante, si trovò al centro di un cumulo di nubi
attraversate da lingue di fuoco; un raggio, più abbagliante degli altri, più
ardente degli altri, fendette l’aria come una saetta.
“Ma dove sono? E quella luce? E’ forse la Barca di Horo-Ra
che inizia il percorso del giorno?” si domandò, sedendo su uno di quei
cumuli, candido e morbido.
Fu allora che la vide. Era vestita di nuvole e lui stava seduto proprio su
una piega di quella vaporosa veste abbagliante.
Era Nut, Signora del Cielo, e quel raggio era lo sguardo di Geb, Signore
della Terra, che la guardava da sotto.
Balzò in piedi.
“Per le Sacre Zanne di Anubi! Devo aver attraversato il Mondo! Lo Sciacallo
Divino ha condotto Djoser attraverso il corpo di Geb, direttamente nel grembo della Divina-Nut.”
Rimase a guardarla.
Era bellissima. La più bella fra le Dee e comprese perché tutti, mortali ed
Immortali, spasimassero per Lei. Pareva addormentata. Il volto diafano,
luminoso come la madreperla, sorrideva languido, disteso nell’abbandono del
riposo; le mani sfioravano, in un gesto carezzevole e sensuale, le cime dei
verdi monti..
Djoser non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e quando Lei si mosse,
temette che l’insistenza dei suoi sguardi potesse svegliarla. Distolse gli
occhi dal volto e gli sguardi scivolarono giù, lungo il corpo: un corpo dalle
materne rotondità. I piedi erano affondati dentro le nuvole e la sua veste, su
cui l’arcobaleno aveva spalmato tutti i colori, era così abbagliante che il
sole, attraversandola, traeva a sua volta riflessi che si espandevano
tutt’intorno come uno specchio riflettente.
Quel riflesso investì anche il ragazzo.
Djoser la vide cambiare posizione ed erigere il busto: due ali, così candide da confondersi con le nubi,
abbaglianti come le nevi delle Montagne-Ju-jet, abbracciarono
l’orizzonte.
Come richiamata dal suo sguardo, Nut fece convergere verso di lui
gli occhi azzurri pieni di magia e di splendore. Nello stesso momento, un rosso
bagliore colpì il ragazzo: al centro del collare-schebiu che la Dea
portava al collo, brillava un enorme, stupefacente rubino. Pietre preziose e
maglie d’oro componevano anche la cintura che le reggeva le pieghe della veste
e che ad ogni movimento riempivano il cielo di baluginii rossi, verdi e blu:
Djoser non aveva mai visto pietre simili.
“Quel rubino sarà certamente dono di Geb, Signore della Terra e di tutti i tesori celati nella sua pelle.”
Nut, però, non si ornava solo di pietre preziose e maglie d’oro, ma anche
con tralci di fiori e foglie. Djoser la vide mentre si staccava dal capo una
corolla e la lasciava cadere giù.
Vide Il fiore attraversare l’aria e posarsi sull’acqua del Nilo, di sotto,
formando un’isoletta verdeggiante.
Molti fiori coloratissimi ornavano i capell di Nut: fiori sconosciuti. Con
un sorriso, pensò che Geb doveva averli colti da chissà quale parte del suo
corpo per fargliene dono e certamente non in suolo egizio, poiché erano fiori
che non fiorivano in Egitto, ma erano fiori degni di ornare capelli di tanta
bellezza: fluttuanti e di lapislazzulo blu. Scendevano giù come una cascata ed
andavano ad accarezzare la testa di Geb, verde di sicomori e papiri. Allora guardò sotto di sé, tra i passaggi che i venti si aprivano in
mezzo alle nuvole e vide la sagoma allungata di Geb.
Lo sguardo incantato del ragazzo passava dall’uno all’altro delle due
potenti Divinità: il crostoso Geb, verde e dai riflessi dorati e
la Celeste Nut, evanescente e cristallina, che continuava a giocare con le
nuvole e dava loro forme graziose e bizzarre, prima di disperderle col soffio
delle labbra.
Djoser le vide prendere un candido cumulo tra le dita di una mano,
strizzarlo e farlo gocciolare sulla cima più alta dei monti; la pioggia creò
una cascatella che precipitò proprio sul volto di Geb e subito dopo la vide tendere le mani per accarezzargli il volto: bellissimo e spigoloso, scolpito tra
le vette dei monti, il volto di Geb era eternamente rivolto in su.
Improvvisamente ogni cosa, in Cielo
e in Terra, fremette a quel contatto e ogni cosa tremò: la gelosia di Shu,
che voleva separare i due Amanti
Divini e la collera di Geb, le cui dita nervose strappavano cime di alberi e pezzi di montagne.
Assorbito da tanta eccitazione divina, Djoser tremò di paura.
Non era di lui, però, che i due Esseri Divini si curavano ed egli tornò a
respirare di sollievo. Uno sbuffo ancora, del collerico Shu e Djoser si
trovò catapultato fuori del grembo della Celeste-Nut.
(CONTINUA)
brano tratto da "DJOSERe i Libri di Thot" di Maria Pace
si possono richiedere autografati e con dedica presso
mariapace2010@gmail.com oppure con messaggio privato
mercoledì 3 giugno 2015
LE DUE ETERNITA'
............
Djoser si immise sul sentiero. Cautamente, per non
danneggiare la profumata protezione che aveva ai piedi, poi un po’ più spedito,
ma sempre con il naso rivolto in su. Abbassò il capo solo una volta o due a
raccogliere sassolini da terra.
Nel cielo, intanto, di un acceso violetto, tra cumuli
di nubi che avanzavano danzando, gli era parso di vedere nuovamente gli occhi
della Celeste-Nut guardare di sotto.
Capì subito che non erano gli occhi di Nut, ma quelli
di Djet e quelli di Neheh, le due personificazione dei Pilastri di Shu, i quali
altro non erano, che le braccia del Dio che sostenevano sua figlia.
Erano abbaglianti, trasparenti e infiniti. Come il
Tempo.
Sfuggivano alla forma: due sagome umane, forse. Una
femminile e l’altra maschile. Oppure il contrario. Djoser non riusciva a
distinguerle. Erano talmente alti che la cima si perdeva oltre le nebbie che
velavano il cielo, da cui spuntava, invece, la punta del Sesto Pilone, ancora
indefinibile, a quella distanza.
L’inquietudine accelerò il battito del cuore, ma non
rallentò il passo..
“E’ proprio strana l’atmosfera che si respira in que…
- s’interruppe, mentre era chino a raccogliere sassolini – Djet h Neheh! - proruppe – Ma che… che cosa sto facendo? Io
ho già… ho già raccolto questa pietra… - si rigirò fra le dita l’unico
esemplare di sassolino, anche se avrebbe dovuto averne in mano almeno due o tre
- Per la Barba di Seth! Il Tempo sta scherzando col povero Djoser. Forse dovrei
tornare indietro…”
Indietro dove? Si accorse che stava già passando in mezzo
ai Pilastri. Ne percepiva tutta la forza vitale e gli parve perfino di sentirne
il respiro. La sua mente cominciò a cavillare:
“Povero Djoser, sei davvero un fragile insetto e
potresti essere schiacciato, se uno dei due sollevasse un piede. Djeth
h Neheh.. Ah…sto passando in mezzo alle due Eternità! Se…
se solo spostassero un piede, il Cielo mi crollerebbe addosso… Calma. Calma!.
Shu li ha piazzati qui per reggere il Cielo e non per farlo crollare giù… Però,
sarebbe saggio affrettare il passo. Corri, Djoser… Corri. Corri più lesto che
puoi.”
Allungò il passo, ma una voce alle spalle lo
trattenne:
“Perché ti affanni così, con quei piedi doloranti?”
Djoser si fermò; si voltò e restò senza parole: di
fronte a lui c’era una fiamma bianca ed evanescente che guizzava intorno ad una
figura dall’aspetto androgino; lunghi capelli, fisico asciutto e longilineo, schendit
intorno ai fianchi, spalle atletiche, ma gambe e braccia sottili, mani
delicate.
Il ragazzo la fissò senza parole.
“Sono Djeth. Sono l’Eternità dell’Eterna-Eternità.”
“Ma… tu.” balbettò con affanno il ragazzo, girando il
capo verso destra, poi verso sinistra; i due Pilastri erano sempre al loro
posto; la strana sensazione che il tempo gli sfuggisse di tra le dita, però,
gli dilatò le pupille.
“Oh! – disse quella – E’ l’ansia da cui si fanno
prendere tutti, quando passano di qua e vedono il Ka di uno di noi Due.”
“Vuoi… vuoi dire che tu sei il Ka
dell’Eternità-Djeth?”
“E’ quello che ho detto!”
“… e vedi lo scorrere del Tempo?” balbettò Djoser.
“… prima ancora che venisse in esistenza…. all’origine
dell’Universo fino alla sua fine” annuì Djeth.
“Alla sua fi…fine? Tu hai visto susseguirsi ogni
evento… da... da quando Atum creò l’Universo all’interno del Nun?”
“Fino al Futuro che verrà, quando l’Universo tornerà
materia primordiale e il tempo cesserà di scorrere.” spiegò amabilmente l’Eterna-Eternità.
“ Non ci saranno più albe né tramonti? – domandò
Djoser, sgomento e smarrito – Né la Piena dopo la Secca?”
“Ci sarà un nuovo Inizio dopo la Fine, ma sarà compito
di Neheh, la Ciclica Eternità,
prendersene cura.”
“Oh!”
“Oh!... Non sai dire altro? Tutti quelli che
incontrano uno di noi Due, vogliono conoscere la propria eternità. Tu non sei…”
“No! – l’interruppe il ragazzo – Io non voglio
conoscere il mio futuro, ma quello di un’altra persona.”
“Oh! – fu Djeth a mostrarsi stupita.. o stupito…
Djoser non capiva se di fronte aveva un Essere di sesso femminile o
maschile – A chi appartiene il futuro
che vorresti conoscere?”
“Alla principessa Nefer di Memfi, ultimogenita del
Faraone.”
L’evanescente Ka di Djeth protese una
mano per tracciare una lunga ellissi dentro
cui comparvero immediatamente scene come in una pittura
parietale in movimento.
Djoser vide una nave scivolare lenta su una distesa di
acque. La riconobbe subito: era il “Tritone”, la nave del principe
Omohlo di Festo. Vide la principessa Nefer che osservava lo sciabordare delle
acque contro la fiancata; accanto a lei c’era il principe Omohlo e stavano
parlando amabilmente. D’un tratto udì il grido d’allarme del principe:
“Pirati…Pirati!” e vide alcune imbarcazioni che correvano veloci sulla scia
della nave.
“Pirati…” esclamò il ragazzo, ma Djeth aveva
già cancellato il suo anello di immagini.
“Ora devi andare. – stava dicendo – La Settima Ora sta
per scoccare e non è prudente per alcun viandante, vivente e non, in transito
per questi sentieri, lasciarsi intrappolare nella lotta tra Horo-Ra e Apep…
Vai, giovane viandante e non ti voltare. Guarda davanti a te il Sesto Pilone.
Vai ed affrontalo.”
Djoser si girò, ma dalle labbra gli sfuggì
un’imprecazione:
“Per la Barba di Seth! Quel Pilone sta in piedi sul
precipizio!”
Si girò verso Djeth, ma l’Eterna-Eternità era svanita ed egli era
di nuovo l’unico viandante su quel sentiero..(continua)
brano tratto da. "DJOSER e i Libri di Thot"
di Maria Pace
Editrice MONTECOVELLO
lo si può richiedere presso qualunque libreria - in rete - o presso l'Editore
oppure presso l'Autrice SCONTATO ed AUTOGRAFATO
mariapace2010@gmail.com
venerdì 1 maggio 2015
LA COLLANA della REGINA HETEPHERES
Il Ratto rallentò il passo. Stava attraversando
insieme agli amici
un viale di palme lungo il greto del fiume;
indicò il molo a poche decina di metri, affollato di uomini che scaricavano
anfore e sacchi da una grossa barca con le insegne reali. Avevano lasciato il
Palazzo d'Oro in gran fretta per raggiungere il Tempio di Ptha, dove si
trovavano la Cappella di Hapy e i pascoli del Toro Sacro.
La notizia della morte dell’Hapy aveva gettato
tutti nella costernazione. Perfino
quella piccola canaglia
di Mosè pareva esserne colpito,
ma non il suo senso dell’umorismo,.
C’era il principe Thaose con loro; l’energetica
oratoria di Djoser aveva conquistato il giovane sacerdote di Ptha tanto da
volerne sapere di più su di lui e le sue strane attitudini.
“Sei
incorreggibile, Mosè. Vai
in cerca di guai? – l’ammonì l’amico Osorkon - Sai chi è il padrone di quel
palazzo?”
“Certo
che lo so! - rispose senza scomporsi il piccolo ladro - Losanno tutti. E’ la casa del chaty.”
“Quella è la casa del principe Kabaef?” fece
eco Djoser, che procedeva pensoso, ma che a quel nome mostrò immediato
interesse per la conversazione.
“Proprio quella.”
“Perché mi ha chiamato con quel nome? Il
principe Kabaef mi ha chiamato con un nome che non è il mio.”
“Con quale nome?” domandò l’ufficiale del
Faraone.
“Bafra. Mi ha chiamato Bafra. E mi ha guardato
come se di fronte a lui ci fosse il Ka di un defunto.”
“Forse perché credeva davvero di avere di
fronte a sè il Ka di un defunto. - rispose Osorkon - Ho visto anch’io
l’espressione della sua faccia mentre ti guardava. Era inquieta.”
“Certo! Ma chi è questo BafRa?”
“Via! Via! - sollecitò Mosè – Non è chiaro? Il
nostro amico Djoser assomiglia a qualcuno che portava questo nome; ma non
diamoci pena per questo. Il vecchio Mosè ha bisogno di bagnarsi il muso.” disse passandosi la lingua sulle labbra con
golosità.
“Ah,ah,ah! - rise Osorkon - Devi aver battuto
la testa se pensi di poter sottrarre
anche un solo chicco di grano da quei sacchi.”
“Quella é merce di ottima qualità. - insisteva
con candore il piccolo furfante - Viene dai magazzini reali.”
“Il Faraone manderebbe le guardie e non gli
uomini di fatica dei magazzini, se conoscesse la verità.” si lasciò sfuggire
Djoser.
“Ho sentito bene? - esordì il nipote del Faraone che fino a quel momento aveva seguito in silenzio il piccolo
battibecco fra i tre – Perché mai il Faraone dovrebbe inviare qui le guardie?”
Djoser ed Osorkon si scambiarono un’occhiata;
il piccolo Mosè tentò di prendere in mano la situazione.
“Non avevate fretta di raggiungere il Tempio
del vostro Ptha e le stalle del suo Divino Araldo?” disse, nel tentativo di
dirottare la conversazione.
“Di che cosa stavate parlando?” il principe
replicò la domanda.
“Mostragliela!” Osorkon accompagnò le parole
con un gesto.
Djoser tirò la collana di conchiglie d’oro e
pietre preziose fuori del sacchetto appeso alla cintura che gli sosteneva il
gonnellino.
“Questa collana...” fecero all’unisono Thaose e
Mosè, prima di scambiarsi anch’essi un’occhiata, ma di opposto sentimento: il
primo, piuttosto contrariata e il secondo alquanto preoccupata.
“La collana della Regina Hetepheres? - esclamò
in tono sospettoso Thaose. - Fu portata via dai ladri prima che io nascessi.
Perché si trova ora nelle tue mani, Djoser, figlio di Pthahotep?”
“E’ mia la colpa! – s’intromise nuovamente Mosè
- Sono stato io a portarla via a quello stupido merit. E’ colpa
mia se si trova nelle mani del mio amico. Se qualcuno dev’essere “esaminato”
dal bastone, quello è Mosè il Ratto, non certo il dotto allievo di Ptha...
dotto, ma alquanto sprovveduto, io dico.”
“Non è colpa del mio amico Mosè, né é colpa
mia. - disse Djoser quando riuscì a interrompere quella fiumana di parole
improvvisata in sua difesa dal piccolo amico, poi spiegò - Abbiamo sottratto
questo gioiello, io e il mio amico Mosè, ad un ladruncolo, ieri al mercato, ma
non sappiamo come e perché fosse in suo possesso; se è ancora con me, è perché
intendo riporla al suo posto.”
“Davvero? - replicò Thaose con uno scettico
sorriso – Pensi che le guardie ti lascino passare indisturbato… - s’interruppe;
Djoser lo guardava senza parlare. - Oh! Tu saresti capace di attraversare una
spessa parete di roccia, se lo volessi.”
“Ti dico, principe Thaose, che mai attraverserò
pareti di roccia, ma prometto che il Ka della regina Hetepheres riavrà la sua
collana, anche se il suo sahu non potrà mai ornarsene.”
“Non capisco.” confessò il principe; il sole,
intanto, sbirciava attraverso un gruppo di nubi in sosta sulla casa del chaty.
“Il
sarcofago della Regina è vuoto. - scandì Djoser – I ladri che profanarono la sua tomba confessarono di averlo
distrutto e dato in pasto agli
avvoltoi dopo averlo spogliato delle gioie.”
Il principe Thaose ebbe un sussulto; lo strepito
di mille tuoni non avrebbe prodotto lo stesso effetto. Djoser riprese:
“Non andarono lontano. Furono sorpresi mentre
si disputavano la refurtiva. Ogni oggetto recuperato fu deposto nella nuova
tomba. Questa collana doveva essere tra quelli andati perduti.”
“Per il Cranio Rilucente di Ptha! - proruppe
Thaose – Non è possibile! Come fai tu a
conoscere un così terribile segreto?”
“Me l’ha confidato mio padre in punto di morte.
Era architetto della “Squadra del
Sapere e della Conoscenza” e mi ha detto...”
Djoser riportò parola per parola quanto
Pthahotep gli aveva detto della vicenda. Alla fine:
“Se quanto che dici è vero, ci sono colpevoli
impuniti. - il principe Thaose era esterrefatto; fece seguire un attimo di
riflessione, poi riprese - Non riuscivo a comprendere l’astio di un uomo
potente come il chaty per un ragazzo… Ma dimmi, hai prove di quanto
sostieni?”
“Comporterebbero altra violazione alla memoria
della Regina.”
“Non capisco.”
“Il mio amico vuol dire, - interloquì il Ratto,
che per un po’ si era ritirato in se stesso senza aprir bocca - che
bisognerebbe aprire il sarcofago e darvi una sbirciatina al suo interno.”
“Per scoprire se davvero è vuoto?” inorridì
Osorkon.
“No!”anche Thaose si mostrò inorridito e contrario
all’idea di un nuovo oltraggio alla Sposa di Snefru.
“E allora che cosa si fa? - il Ratto
s’intromise nella drammatica conversazione; la sua irriverenza ne stemperava un
pò i toni - Mi piacerebbe veder bastonato quella palla di lardo. Ah,ah,ah!...”
“Non avrai mai questa soddisfazione, piccola
canaglia! - sorrise il principe – Il chaty non sarebbe mai sottoposto a
tale umiliazione. Neppure se fosse colpevole di attentato alla persona stessa
del Faraone. Per lui ci sarebbe la concessione di Sua Maestà di potersi
procurare la morte da sé.”
“Già! - interloquì Djoser – Non abbiamo alcuna
prova. Non ci resta che attendere gli eventi.”
(continua)
brano tratto da "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE Editrice MONTECOVELLO
da richiedere in libreria o presso l'Editore
oppure AUTOGRAFATO presso l'Autrice
mariapace2010@gmail.com
brano tratto da "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE Editrice MONTECOVELLO
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