L'EGITTO dei FARAONI




DJOSER e Lo Scettro si Anubi

DJOSER e I LIbri di Thot

DJOSER e I Giardini di Osiride

DJOSER e il ritorno di Hapy

ANTICO EGITTO - Faraoni e Regine

ANTICO EGITTO - Credenze Religiose

ANTICO EGITTO - La Scrittura... La magia dei Geroglifici

giovedì 8 gennaio 2015

IL GENIO del GRANO

IL GENIO del GRANO (brano tratto dal libro DJOSER e i Libri di Thot)
.......
Forse a causa di un’improvvisa stanchezza che gli rallentava il passo, forse per una vertigine, d’un tratto inciampò in un groviglio di radici disposte in così mirabile complessità, così strettamente intrecciate, da sembrare un nido.
Scelse la più grossa di quelle radici per fermarsi a riposare un po’. Era stanco e il braccio escoriato bruciava come fuoco. Sedette e recitò: “Oh, Thot, che hai a cuore la protezione delle ferite,
proteggi Djoser; che non sia trascinato per le braccia.
Che non gli sia fatta violenza e possa procedere salvo e…”
Un sibilo lungo e regolare, come di un profondo respiro, interruppe la sua litania. Tese l’orecchio per ascoltare meglio.
“Psss…zzz… Psss…zzz.” sembrava proprio il respiro pesante di qualcuno che stava dormendo.
“Qualcuno sta russando… Deve esserci qualcuno beatamente addormentato. Chi sarà mai? Forse qualche Anima-Akh sulla strada degli Hotep-Jaru… Non vedo bagliori: le Anime Gloriose non emettono luce?” si chiese guardandosi intorno.
Scoprì che la grossa radice su cui stava seduto era proprio la sporgenza di un nido. Era sistemato all’interno di una larga buca e circondato dalle radici di un grosso albero.
Adagiato su un letto di morbido fogliame, qualcuno, raggomitolato su se stesso, era placidamente addormentato.
Si arrampicò sulle radici per guardare meglio e vide un ragazzo. Un adolescente. Poteva avere dieci o undici anni. Dormiva a braccia conserte e ginocchia raccolte. Il petto si gonfiava ritmicamente al respiro e dalle labbra semiaperte usciva quel sibilo quasi musicale che aveva attirato la sua attenzione.
Era tutto verde. Dai capelli ai piedi. Le ciglia socchiuse, verdi anche quelle, si muovevano al ritmo del respiro; le piccole narici fremevano e il sembiante era tutto un sorriso, come se il Deforme-Bes avesse messo dietro la sua fronte, sogni allegri e vivaci.
“Neper! – esclamò, riconoscendolo alla prima occhiata – Ma è il piccolo Neper che dorme nella sua culla.”
Era proprio Neper, il Genio del Grano, ed era cresciuto dal loro ultimo incontro. Somigliava sempre più a quella piccola canaglia del suo amico Mosè… a parte il colore della pelle.
Continuò a fissarlo, dall’alto di quel groviglio di rovi, sterpi e radici, seguendo con sguardo quasi d’affetto ogni più impercettibile movimento attraverso cui il fanciullo emetteva sfolgorii e verdi bagliori.
Come richiamato dal suo sguardo, il Genio del Grano, aprì gli occhi e gettò intorno una rapido sguardo fangoso ed annebbiato, poi li richiuse. Li riaprì immediatamente dopo, però, balzando a sedere; non pareva essersi ancora accorto della presenza di Djoser.
“Ohhh! – sbadigliò stendendo le braccia ed aprendo le mani e le dita affusolate, da cui spuntavano verdi germogli – Che sonno! Non è ancora tempo… Cosa può avermi svegliato?”
“Sono stato io. Sei cresciuto dall’ultima volta.” esordì Djoser.
“E tu chi sei? Ahhh!...” tornò a sbadigliare il piccolo Genio del grano, scattando in piedi.
“Sei cresciuto dall’ultima volta.” ripetè Djoser.
”E tu chi sei?” Neper rifece la domanda stiracchiandosi e mostrandosi in tutta la persona. Era diventato alto quanto lui, pensò Djoser, e forse anche di più, ma il fisico era rimasto quello svelto e scattante di un adolescente.
“Djoser? – il tono gioioso di Neper-adolescente, spezzò le sue considerazioni – Sei proprio Djoser!”
“Sono proprio Djoser, Colui-che-esce…”
“No! No! – l’interruppe l’altro scrollando il capo; i capelli verdi, arruffati come erba cipollina, sembravano un nido di passeri; dagli occhi partì un bagliore turchese che riempì l’aria di sfolgorii – Non bisogna pronunciare mai invano il proprio nome segreto. So bene chi sei. Mi ricordo di te. Qualcun altro, con malevoli intenzioni, potrebbe anch’egli ricordarsi di te.”
“Davvero? Non ho visto nessuno qui intorno da quando vi ho messo piede, all’infuori di Neper, che ho lasciato fanciullo e ritrovo ragazzo.”
Djoser gli sfiorò la spalla sinistra su cui era venuto a posarsi un piccolo di airone dal piumaggio grigio-argento. Quella vista gli riportò alla mente l’airone azzurro, la forma assunta dalla sua Anima-Ba e Neper-fanciullo che la prendeva in custodia per attraversare il Mondo-di-Sotto. Stava proprio per chiedergli di quell’airone, ma l’altro lo prevenne:
“Occhi ed orecchie sono nascosti dentro ogni calice, dietro foglie, rami e radici, pronti a portarti via il tuo nome-ren.” lo informò, con quella stessa espressione che anche il piccolo amico Mosè amava assumere per le sue confidenze.
“Chi mai potrebbe avere questa intenzione? – replicò Djoser con un sorriso – Non ho veduto nemmeno l’ombra di un’anima defunta da quando sono arrivato qui, come dicevo prima e…”
“Ne sei davvero sicuro?” sorrise Neper, amabilmente e con un pizzico di malizia, scuotendo il capo e facendo oscillare lo stelo di papiro che gli tratteneva i capelli sulla fronte.
“Non capisco.” insistette Djoser.
Neper allora sollevò il ramo d’ulivo che stringeva nella destra e tracciò nell’aria la sagoma di una nuvola dai riflessi dorati. Djoser credette di vedere abbaglianti lumicini aprirsi e richiudersi in rapida successione al suo interno: un attimo dopo era circondato da una folla di minuscole creature verdi che gli svolazzavano intorno. Buffi e bizzarri, avevano teste enormi e vaporosi capelli da cui spuntavano fiorellini, foglie e radici.
“Chi… Che cosa sono queste creature?”
Rumorose, vicaci ed anche un po’ impertinenti, le piccole creature gli giravano intorno vorticosamente tenendosi per mano in un allegro girotondo. Agitavano germogli di grano e qualcuna osava addirittura avvicinarsi così tanto al suo naso da stuzzicarlo fino a farlo starnutire, come quando, nella stagione della Germinazione, l’aria si riempiva di pulviscolo di fiori.
“Chi sono queste piccole creature?” domandò ancora il ragazzo, incapace di controllarne l’incontenibile vivacità. Quando cercava di afferrarne qualcuna, eccole sparire tutte, perfettamente mimetizzate nell’ambiente, ma ricomparivano subito dopo più vispe e vivaci ancora. Gli occhietti tondi e luccicanti fissi su di lui parevano torce accese e le faccette verdi si confondevano nell’erba.
“Sono i Genietti del grano e della vegetazione.” spiegò Neper.
“Non capisco.” continuava a ripetere il ragazzo.
“Non capisci? Come fai a non capire? Sono i Genietti del grano e della vegetazione. – sottolineò Neper - Vivono nascosti tra petali di fiori, foglie di grano, muschio e licheni… Guarda. Guarda, Djoser.. arrivano da ogni parte.”

Arrivavano a decine, svolazzando nell’aria o spuntando dal suolo o staccandosi da qualche radice; qualcuno arrivò perfino cavalcando piccole, coloratissime farfalle.
“Sono i Genietti dei germogli di grano. Sono loro che al momento della germinazione danno la spinta al chicco che si sveglia dal lungo dormire e spunta di sopra, nella pelle rugosa del generoso Geb, Signore della Terra. Ognuno di quei germogli metterà una spiga che darà agli uomini tanti chicchi.”
E prima che Djoser si riavesse dalla meraviglia:
“Chicolino, dove sei?” – cominciò a canticchiare -
Sotto terra, non lo sai?
E là sotto, non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla.”
A questo punto gli occhi di Djoser sfavillarono. Quella filastrocca gliela recitava sempre sua madre.
“Dormi sempre, ma perché?”
“Voglio crescere come te.” gli fece eco il verde amichetto.
“E se tanto dormirai, chiccolino, che farai?”
“Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò.”
“Oh!” gioì Djoser, al colmo di una meraviglia che Neper, però, smorzò subito, ordinando ai folletti di tornare nelle loro culle.
“Non è ancora giunto il mio tempo. – spiegò con un sorriso – Se cominciassi a sping
ere i germogli fuori della pelle di Geb prima del tempo consentito, quelle che i contadini mieterebbero, sarebbero spighe gracili e vuote. Devo tornare alla mia occupazione che… ah..ah… è quella di dormire nella mia culla.”
“Capisco!” assentì malinconicamente Djoser.
“E tu devi continuare il tuo percorso. La Settima Ora è davvero vicina.” l’avvertì Neper portandosi una mano sul sopracciglio e aguzzando la vista per fissare i rossi vapori che si staccavano dall’orizzonte; Djoser fece un cenno affermativo del capo.
”Fai attenzione: non sono tutte gradevoli, le creature che transitano da queste parti.” e con quelle parole, già pronto al letargo, il Genio del Grano si accinse a rientrare nel nido.
“Grazie, o Genio gentile e cortese. Farò attenzione, ma prima vorrei dare sollievo al mio braccio con un impacco di queste foglie.” aggiunse tornando a sedersi sulla grossa radice.
“Quel Sicomoro di Smeraldo diventa ogni giorno più aggressivo.” Neper scosse il capo e si riavvicinò al ragazzo.
”Come sai che è stato il Sicomoro di Smeraldo a procurarmi queste escoriazioni?”
“Le conosco bene, quelle escoriazioni. Sempre più viandanti si lamentano dei suoi attacchi a sorpresa.“ rispose Neper staccandosi una minuscola campanula appesa al tralcio di vite che gli faceva da cintura. L’aprì e due gocce trasparenti ed incolori si staccarono dal bordo del calice. Neper le raccolse nell’incavo della mano e un profumo soave si diffuse nell’aria.
“E’ Balsamo Divino. - spiegò chinandosi e cospargendo con quel liquido la ferita di Djoser – Sei il secondo mortale ad essere sanato con questo unguento. Sono lacrime di Sekhmet: quelle con cui la Leonessa-Divina guarì il pio Adap.”
(continua)

brano tratto da  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE  Editrice MONTECOVELLO

da richiedere in libreria o presso l'Editore
oppure  AUTOGRAFATO presso l'Autrice
 mariapace2010@gmail.com

LA TRIADE... Sacra Famiglia Egizia



Il concetto di Triade o Trinità nella Teologia egizia fu presente prima ancora delle epoche Dinastiche.
Su tutto il territorio, conosciuto ancora con il nome: “Il Paese delle Due Terre” (La Valle e il Delta), il  Neter-Wa,  (Dio-Uno), che si manifestava attraverso l’astro solare, assumeva nomi diversi, nei diversi centri, ma era fatto della stessa sostanza ed esprimeva lo stesso concetto.
Non a caso, il concetto del Divino si identificava nel Sole o nel Fiume: i due elementi fonte di Vita. E, non a caso, in Egitto non fu mai presente un Dio dei Fulmini (Zeus di Greci e Romani) oppure delle Tempeste Marine (Enlil dei Babilonesi). Questo perché la Religione, sempre associata alla Magia, aveva uno scopo utilitaristico più che trascendentale.
La Triade Egizia  (o Trinità), era  costituita non da:
    Padre – Figlio – Spirito Santo
come quella cristiana (che, peraltro, verrà assai dopo) ma da:
    Padre – Madre – Figlio
Una Sacra Famiglia!

Era raffigurata con un triangolo isoscele capovolto, con al centro un  Occhio Sacro (quello di Atum: Dio_Creatore). I due vertici superiori rappresentavano il Padre e la Madre e quello inferiore, invece, il Figlio.
Tutti i centri e le città più importanti dell’epoca avevano la propria Triade, che cambiava solo di nome, ma non di sostanza.
Le Triade erano diverse ed qui ne citiamo solo alcune, le più conosciute:
A Memfi c’era quella composta da:
       Ptha – Sekhmet e il figlio Nefertum
Ad Abidos troviamo:
      Osiride – Iside e il figlio Horo
A Tebe, invece, c’erano:
      Ammon – Mut e il figlio Konsu
Ed a Dendera:
      Hathor – Horo e il figlio Iny

La mitologia egizia assegna ad ognuna di queste Triade vicende in cui si ravvisano vicissitudini umane di quei luoghi di culto, ma anche eventi naturali.
Un esempio: il Diluvio Universale, che incontriamo associato alla Triade di Memfi e soprattutto alla figura di Sekhmet,  oppure il mito del sacrificio  divino: Il Dio morto e risorto, ossia il mito di Osiride, ecc…



lunedì 11 agosto 2014

Il Messaggero della Morte

                               

  (immagine tratta dalla rete)          

Per raggiungere il Terzo Pilone di Osiride non c’era altra via che uno stretto sperone roccioso attaccato alla parete della montagna: un lungo camminamento naturale con un versante laterale che precipitava in un burrone. Con un sospiro vi pose piede e cominciò ad avanzare, un passo dopo l’altro e con quella protezione ai piedi.
Il calore che si alzava dal precipizio lo spinse a sporgersi; vide getti di vapore salire dal fondo assieme ad un forte odore di zolfo e uova marce. Gli parve anche di udire rumori provenire dal ventre della montagna.
“Geb ha mal di pancia, direbbe l’amico Mosè, o sta ancora russando!” scherzò, cercando di mantenersi in equilibrio. 
Largo non più di tre cubiti, il crostone pareva sul punto di staccarsi e precipitare di sotto; sordi rumori continuavano a giungere dagli anfratti, ma, ad un esame più attento, gli fu chiaro che quello non era il rumore di un dormiente, sia pur rumoroso come doveva essere il russare del Signore-della-Terra.
Tese l’orecchio e scoprì che erano rumori di martelli ed incudini. Per capire donde provenissero, finì per inciampare in una sporgenza del suolo.
“Quale meraviglia!” esclamò fissando il sasso che lo aveva bloccato.

Di un rosso acceso, la forma bizzarra e dai contorni sfaccettati e convulsi, il sasso attrasse subito la sua attenzione: potente nell’immobilità ed inerzia, pareva cosa viva.: Djoser n’era affascinato ed atterrito.
“Quaggiù, la fantasia di Geb non ha limiti. Questa creatura è quanto di più straordinario gli occhi di Djoser abbiano visto mai.” pensò facendo l’atto di tendere una mano.
“Non te lo consiglio, giovane pellegrino. – una voce gli torrenziò sul capo – Non ti consiglio nemmeno di avvicinarti troppo a quella creatura di Geb.”
Il ragazzo si girò.
Una figura completamente immersa in un alone di luce, tale da non poterne distinguere bene i contorni, era ferma sul ciglio del crostone. Djoser respirò febbrile l’aria della notte in fuga e la guardò: quella presenza versava nel suo spirito una calma assoluta, benché lo sguardo gli brillasse come una fiamma.
“L’Esecutore-della-Morte ti starà sicuramente osservando e non aspetta altro per allungare le sue grinfie su di te.”
L’Essere  di Luce si avvicinò.   La persona era agile e snella, ma     si perdeva nell’ombra opaca di una larga tunica di lino grezzo tenuta sulle spalle da strette bretelle. Sull’omero destro era poggiata la candida stola da chery-webb, i sacerdoti  del Sapiente Thot.

Che fosse un sacerdote di massimo grado del Signore-dei-Geroglifici, il ragazzo l’aveva capito subito dal rotolo di papiro che quegli stringeva in una mano e dal Bastone Sacro con l’impugnatura a forma di testa di Sacro-Ibis, cui s’appoggiava con l’altra. Anche il suono della voce era particolare: ieratico, sottile e metallico, un po’ come l’eco dello scudo di bronzo che richiamava gli allievi della scuola del Tempio.
“L’Esecutore-della-Morte?” s’allarmò il ragazzo, fissandolo negli occhi; da vicino la sua luce era ancora più radiosa e la faccia quasi abbagliante.
Djoser aveva scrutato a decine, in quei posti, facce, sguardi, fisionomie, ma non aveva mai trovato quell’infinita consapevolezza di sé, quella calma assoluta che differenziava dalle altre la faccia di quell’Anima-akh.   I lineamenti erano energici e lo sguardo, profondo e un po’ affossato, era edotto di inimmaginabili conoscenze. Dietro la fronte leggermente prominente, dovevano nascondersi pensieri guidati da una forza d’animo singolare.
“Il suo aspetto inganna, il volto ammalia e gli occhi incantano. In questo momento ti starà osservando, pronto a piombarti addosso, se solo tocchi questa pietra.”
“Io non vedo nessun Esecutore.” replicò speranzoso Djoser.
“E come potresti! Quello si nasconde nel Lago-di-Fuoco per rendersi invisibile e sorprendere l’incauto.”
“Venendo qui non ho visto Laghi-di-Fuoco…”
“Se non risenti del calore che si sprigiona dai suoi numerosi tentacoli di Fuoco-Liquido – lo interruppe l’altro – vuol dire che sei provvisto di magia, ma Rew ed he-kau non bastano. Occorre avere buona confidenza con le debolezze di Demoni e Spiriti-Malvagi – il luminoso fantasma ebbe una pausa che riempì con un sospiro – Oppure con il loro sechemSai che cos’é un sechem? – Djioser annuì e l’altro proseguì – E’ la Forza bruta nascosta nel più profondo di un essere vivente. Un tempo era un gioco per me tagliare e riattaccare la testa di un’oca…”
“Djeda! – proruppe il ragazzo sgranando i begli occhi scuri allungati dalla galena e sbattendo ripetutamente le palpebre in quel vezzo, retaggio infantile, di grande stupore e meraviglia –  Tu sei il Djeda. Mio padre mi parlava del “Grande di magia”, Djeda di Khenmu, sacerdote di Thot. Mi diceva che perfino Sua Maestà, Khufu, che desiderava ricreare per la sua Piramide le misteriose Cripte di Thot, attinse alle tue conoscenze.
Djeda ebbe un enigmatico sorriso.
“Senti questo rumore?”
“E’ da quando ho messo piede qui che mi segue come il rumore dei miei stessi passi.”
“Sono le Fornaci di Ptha. Vuoi conoscere la potenza del Signore dal Cranio-Rilucente-e-Calvo? – lo stupì il più grande mago d’Egitto, figgendogli negli occhi uno sguardo che Djoser mai più avrebbe dimenticato La Volontà Divina si nasconde spesso dietro il Velo della Natura. Seguimi.” aggiunse puntando il bastone in direzione della parete della montagna.
“Io… io… - balbettò Djoser seguendolo - E l’Esecutore”
“Non temere. Non curarti di Lei e seguimi.”
“Lei? – stupì ancora il ragazzo – E’ una donna?”
“Perché questo stupore? – sorrise Djeda – E’ la componente femminile che è in ogni essere creato. L’Esecutore preferisce mostrarsi sotto quella  forma. Anche dentro di te, giovane viandante, si nasconde una componente femminile. Non so se sia altrettanto ammaliante… ma non è per scoprire questo che sei qui. Seguimi e se saprai “vedere e ascoltare” – aggiunse, in tono assolutamente misterioso - forse avrai qualche risposta alle tue domande.”

Djoser lo seguì; con lui s’infilò in una larga fenditura della montagna.
Partiva da lì un largo cunicolo abbastanza agevole e in leggera pendenza. Scheggiame sparso per terra e pietrame crollato dalla volta, però, rendevano il percorso disagevole e scivoloso; appuntite sporgenze, dalle pareti e dal basso soffitto, si protendevano fin quasi ad impigliarsi nei capelli.
Procedeva irregolare e tortuoso; si allargava e stringeva, e in certi punti era così stretto, che Djoser temette di dover ripetere l’esperienza del Labirinto.
Da lontano giungevano bisbigli e brontolii e quando cessavano, il silenzio che li sostituiva, risultava più inquietante degli stessi rumori.
Djeda si voltò più volte a guardarlo con espressione d’incoraggiamento; se non fosse stato per l’aura luminosa che emanava dalla sua persona, là sotto ci sarebbe stata la tenebra più oscura. La luce esterna li aveva seguiti per qualche tratto, poi li aveva abbandonati, riassorbita dall’oscurità.
“Ignorala.” disse il mago.
“Che cosa devo ignorare, o Venerabile?” domandò sorpreso il ragazzo, sollevato dalla luce che Djeda emanava con la propria persona e che mostrava le cose nascoste dal buio.
“La paura, causa di ansia e preoccupazione. Mantenersi calmi e allontanarla da sé è il modo migliore per affrontarla. Per liberarsene occorre soltanto non considerarla.”
Djoser rispose con un ”Ohi! Ohi”: la luce di Djeda non impediva ai suoi piedi di battere contro le sporgenze del terreno.
Procedettero per una trentina di passi prima di sbucare in un’ampia grotta il cui soffitto digradava irregolarmente verso il fondo.
“Che caldo!” si lamentò Djoser, guardandosi intorno.
L’arsura era davvero pesante e la fonte di tanto calore pareva provenire da una grossa, frastagliata frattura  nella parete,  una specie di terrazza affacciata su un precipizio da cui salivano nuvole di fumo e aria rovente.
Spinto dall’innata curiosità, il ragazzo si avvicinò al bordo di quella terrazza per guardare di sotto. Attraverso i fumi del vapore, riuscì a vedere un fiume rosso che scorreva lento, uscendo da una spaccatura; così lento, da non far alcun rumore.
Djoser lo seguì con  sguardo atterrito e affascinato.
Una leggera instabilità sotto i piedi e alcuni sassi che si staccarono dall’alto, lo convinsero ad allontanarsi.
“E’ il Lago-di-Fuoco?” domandò.
“No. E’ il Fuoco che alimenta il Lago.”
Il  ragazzo   fece l’atto   di replicare,      ma     un’esclamazione soffocata gli sfuggì dalle labbra: seduta su una delle sporgenze della frattura, quasi in bilico e vestita di vapori sanguigni, vide una ragazza di dodici o tredici anni di incomparabile bellezza. Seminuda, era coperta solo di un corto perizoma, un pettorale di cuoio e un numero impressionante di gioielli: cavigliere, bracciali, anelli, collari, cinture. Una capigliatura folta e gonfia come una criniera, rossa come il fuoco, rendeva il suo fascino aggressivo.
“Jakhab-hit!” proruppe, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal suo volto dalla pelle dorata, su cui fiammeggiavano due occhi di un brillante turchese, fissi su di lui.
“E’ sua figlia!” disse lo Spirito-Akh del mago, scuotendo il capo.
”Sua figlia!” ripeté meccanicamente il ragazzo continuando a fissare l’affascinante creatura, sempre vestita dei bagliori della lava che correva dentro il crepaccio.
“E’ Mes-Jakhab-hit, il Guardiano, figlia amatissima della Signora di questo Pilone. E’ il Messaggero-della-Morte.”
“Le…lei è il Mess… Messaggero-della-Morte?”
“Sconvolgente, vero?... E perché mai? La Morte deve apparire attraente per convincere i mortali a seguirla.”

“E’ bellissima!” bisbigliò Djoser
Aveva dato al Messaggero-della-Morte mille volti: quello dallo sguardo spento di una vecchia, quello selvaggio di un antico guerriero, quello di uno sciacallo dagli occhi roventi, ma mai un volto dai lineamenti così arditi e delicati insieme, soffuso di magico splendore.
Mes-Jachab-hit era bellissima. Di una bellezza insolita: dolce e aggressiva insieme. Il fisico era ancora acerbo, ma aveva la rotondità della più sublime femminilità: piccoli seni turgidi che si sollevavano come due tonde colline, gambe, nervose e snelle che parevano colonne scolpite nel marmo e il ventre che s’affacciava sul perizoma legato ai fianchi come una dolce pianura. La bocca, rossa come la lava, era di velluto e nello sguardo, di fuoco acceso, brillava un pizzico di malizia, un po’ come quello della principessa Nefer, si sorprese a pensare.
“Vieni. – lo invitò lei - Avvicinati.”
“No! - fu l’istintiva risposta del ragazzo, che  cercò di sottrarsi al suo sguardo. – Sei qui per me?” domandò.
“Non per la ragione che credi tu, giovane viandante.” sorrise sempre più inquietamente enigmatica il Messaggero, ma nel modo più ammaliante che potesse avere una bocca sorridente.
Un nuovo sussulto sotto i piedi, però, Geb  che si stava svegliando e uno sfasciume di lava solidificata, che staccandosi dal soffitto e quasi l’investì, lo tolsero dall’imbarazzo.
Molte schegge giacevano per terra, di varia forma e colore: bianco, verde, rosso, azzurro. Minerali, pensò il ragazzo e tornò a guardare verso il crepaccio: il Messaggero non c’era più ed egli trasse un sospiro: non sapeva se di rammarico o di sollievo.
Per consolarsi si chinò a raccogliere alcuni di quei frammenti. Appena li toccò, però, gli si sbriciolarono fra le dita.
“Non sono creature di Geb?” domandò a Djeda.
“No! Sono creature di Ptha. – spiegò il mago - E’ quaggiù, nel seno di Geb, che arde il Fuoco di Ptha. Sei pronto ad affrontarlo? – Djoser accennò di sì – Allora seguimi.”

(continua)

brano tratto da   "DJOSER  e  i Libri  di  Thot"  di  Maria PACE

MONTECOVELLO EDITRICE

lo si può richiedere in libreria o presso l'Editrice o anche presso l'autrice
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martedì 5 agosto 2014

TA-HIT DAMA della TERRA - Terzo Pilone di OSIRIDE






Non aveva torto, Djoser: l’aspetto di Neqau era davvero inquietante; alto e prestante, in mano reggeva mazza e bastone. Si era fermato sul bordo dello stagno e guardava verso di lui. Spalle e torace erano nascosti da un luccicante mantello che mandava bagliori al più lieve movimento, come se fosse tessuto non con lana, lino o altra fibra, ma con filamenti di rame o altro metallo; da sotto spuntavano gambe taurine. Dall’enorme testa, però, spioveva sulle orecchie, anche queste taurine, una folta capigliatura umana.
Da quella distanza Djoser non distingueva bene il  suo volto, ma doveva essere certamente mostruoso. Gli lanciò un’occhiata un po’ preoccupata prima di affrontare l’ultimo masso, che si trovava proprio al centro dello stagno.
In realtà, non era un masso, piuttosto un isolotto dirupato e boscoso, dal litorale ricoperto di pietre, cenere e minerali cristallizzati, quasi fosse stato spinto in superficie dalla mano stessa di Geb.
Si ricordò che Thaose gli aveva parlato di un posto dove acque ribollenti e ceneri ardenti salivano dal seno della terra rivestendone la superficie di lussureggiante vegetazione. Quel masso doveva essere uno di quei posti di cui parlava l’amico. Era screpolato di anfratti e Geb l’aveva rivestito di una vegetazione inquieta e rigogliosa: palme, cedri, acacie, sicomori e un enorme albero dalle radici grosse quanto il polso di un uomo,  che si tendevano sull’acqua come enormi tentacoli.
Djoser si aggrappò proprio ad uno di essi per saltare sul litorale dell’isolotto.
Neqau fece la stessa cosa; lasciò il posto di guardia e gli andò incontro, tendendo le dita artigliate nel tentativo di afferrarlo.
“Stai lontano da me, Neqau. – gli urlò il ragazzo, facendo un passo indietro – Io conosco il tuo ren e posso privarti della tua forza vitale, se mi costringi a pronunciarlo.”
L’altro gli rispose con uno sberleffo.
Da vicino l’aspetto era lo stesso di tutti i Demoni già incontrati: pelle quasi trasparente attraverso cui si vedevano le vene rigonfie e si sentiva il pulsare del sangue, una fronte prominente e sopracciglia talmente cespugliose che una coppia di passeri, pensò con ironia Djoser, vi poteva nidificare. Le labbra erano gonfie come una   barca e dagli  angoli della bocca sporgevano lunghe zanne. Eppure, niente di tutto ciò era impressionante quanto gli occhi, poiché gli occhi di Neqau erano umani. Freddi, ma umani. Luminosi e splendidi come gioielli: un misto dell’oro del Sinai, dell’agata di Sakkara, del turchese del Neged ed erano racchiusi fra due corone di ciglia setose. Uno sguardo sfavillante che inquietò il cuore del ragazzo più ancora del suo terrificante aspetto.
“Rinfodera i tuoi artigli, Neqau. – una voce alle spalle, dolce ed imperiosa insieme, costrinse Djoser a voltarsi – Questo viandante non è come gli altri: un’Anima-di-Luce ha preso forza vitale dentro di lui. E’ stato Geb, nostro Signore, a renderlo forte, poiché egli è un Ta-sa, un Figlio-della-Terra, protetto e nutrito dalla Natura.”
Djoser ammutolì; ma anche il Demone.
Stagliata nel vano di uno degli anfratti dell’isolotto, c’era una figura di donna che Djoser riconobbe e salutò:
  Ta-hit, Signora della Terra, che nascita al suo Signore,
   Signora dei minerali, che introduce e passa.
   Signora che custodisce il rame, il quarzo e il granito, salute a Te.”


Ta-hit, Dama di quel Pilone, era di una bellezza incomparabile: la pelle splendeva come una perla appena rubata all’ostrica, le labbra brillavano più della rossa corniola e gli occhi più del turchese. Sorrideva, mentre con la piccola canna che aveva in mano disegnava nell’aria un largo cerchio che andò allungandosi ed allargandosi come un enorme nastro luminoso sospeso sopra le acque..
Lasciò l’imbocco della grotta, salì su quel viottolo trasparente e l’attraversò, leggiadra e leggera. Non aveva ali, ma il suo avanzare era simile al movimento di una farfalla.
L’estremità della veste, una tunica bianca sorretta sulle spalle da borchie di rame, strisciava nell’aria proprio col fruscio di ali; di rame era ogni altro ornamento, lavorati ed intagliati come finissima maglia: dal diadema  ai bracciali, dalle cavigliere alla cintura che le stringeva la  vita.
Toccò terra ed era in tale sintonia con la natura, che al più lieve  contatto con un ramo sbocciava un profumatissimo fiore, al minimo tocco con un sassolino ne scaturiva una sfolgorante gemma: gemme e fiori che coglieva per ornarsene la persona.
Si muoveva con grazia infinita. E Djoser la guardava incantato.
Vegetazione, cielo e acqua, traevano bagliori dal candore della sua veste, tanto da sembrare un prolungamento della veste e la veste, un accessorio della natura.

Anche il Demone pareva incantato, poiché gli sfuggì un sospiro che indusse il ragazzo a dirottare l’attenzione su di lui e quale non fu la sorpresa: sotto i suoi occhi stava avvenendo la più incredibile delle metamorfosi.
Ebbe inizio dal  sincipite frontale, che prese ad assottigliarsi e levigarsi come sotto lo scalpello dello scultore: una fronte ampia e ben modellata su cui spiovve la folta, ribelle capigliatura.
Djoser vide la Dama tendere le mani verso quella selvaggia massa di capelli e raccogliere tra le dita le due ciocche laterali. 



Non era alta e Neqau chinò il capo. Ta-hit tirò indietro le due ciocche e gliele annodò con un cordino sulla nuca.
Quando Neqau sollevò la testa, il suo volto non aveva più nulla di bestiale ed era quello di un adolescente e Djoser notò che assomigliava straordinariamente a quello della Dama.
Il naso non era più quel promontorio bitorzoluto in cui si aprivano buchi ostruiti da lunghi peli, ma si alzava con linea nobile e pura e il mento si arrotondava con eleganza innata. Il sembiante, però, non aveva perso la sua aria selvaggia, ma questo ne aumentava ancor più il fascino; gli occhi, poi, che così tanto avevano colpito Djoser, erano veramente carichi di splendore. Anche la pelle era mutata; non più sottile e trasparente, ma rilucente di riflessi d’oro, come quella di Ta-hit, sua madre.
Che fossero madre e figlio, Djoser non ebbe alcun dubbio.
Senza staccare lo sguardo da quel volto, cominciò a recitare: 
   Ho celebrato la Festa-Haker.
    Sono venuto come scriba e ho guidato le offerte
“… e come scriba – lo interruppe la Dama – sei qui per la Conoscenza. Conosci il valore della Conoscenza, giovane viandante?”
“No, Signora di questo Pilone, ma so che si deve lasciar navigare la mente lungo fiumi sconosciuti e sentieri non battuti se si vuole arrivare là dove neppure nei sogni più arditi si ha il coraggio di avventurarsi… Così dice il mio maestro, il venerabile Hetpher, cui non sono ignoti molti dei segreti contenuti in Cielo e in Terra.”
Gli sguardi di madre e figlio si incrociarono.
“E’ per questo che vuoi attraversare questo Portale? – il giovanissino Guardiano indicò la fenditura nello scoglio; l’acqua ne lambiva l’entrata, sciabordando leggera  – Io dovrei fermarti, lo sai?”
“La sua è la Ricerca-della-Conoscenza, non la profanazione delle Cose-Nascoste. – Ta-hit perorò la sua causa - La sua anima è pura e nessuna Conoscenza può contaminarla.”
Ma il mio compito è fermarlo.” insisteva il Guardiano
  “Sono arrivato qui provvisto di He-kau. – intonò Djoser - Ho indossato lino come Thot e lascio qui i miei calzari…” e con queste parole il ragazzo si sfilò i calzari e si chinò a deporli ai piedi del Guardiano che scrollò le spalle, facendo cigolare le maglie del mantello di filamenti di metallo.
Quando Djoser si rialzò, la sua testa superava di poco la spalla del Demone dal volto d’angelo, il quale tese un braccio, solido e come scolpito nel granito, ed indicò il Pilone.

“Passa! Sei puro! - tuonò la voce del Pilone dalla cima dello scoglio- Tu possiedi il Coraggio, la Generosità, la Pietà, la Prudenza ed ora anche la Perseveranza, indispensabili per oltrepassare questo Portale.”
 Un fascio di luce abbagliante fuoriuscì dalla larga fenditura; il ragazzo fece istintivamente un passo indietro, ma Ta-hit lo invitò con un cenno della mano ad attraversare quella luce. (continua)

brano tratto dal libro DJOSER e i Libri di Thot
reperibili presso Editrice MONTECOVELLO oppure in rete: su AMAZON

o  direttamente presso l'AUTRICE, Maria  PACE
mariapace2010@gmail.com  -  scontato ed autografato

mercoledì 23 luglio 2014

NEL CANTIERE della PIRAMIDE di KHAFRA (Kefren)






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La stagione Akhet era giunta da più di due mesi, ma lo straripamento delle acque non accennava a diminuire e il Paese era diventato una sola grande valle allagata. Le campagne avevano spopolato e le masse di contadini avevano passato il Nilo per lavorare alla costruzione del complesso funerario del Faraone.
Coordinare l'impiego di tanta gente non era facile, pensava Djoser, osservando da lontano le attività del  cantiere. Per i funzionari governativi doveva essere faticoso e difficile quanto il lavoro stesso.
Le cose che bisognava fare affinché il lavoro procedesse spedito erano tante: evitare lunghe  interruzioni, procurare l'arrivo dei blocchi al momento giusto, rinnovare in tempo utile gli arnesi rotti, predisporre il ricambio delle squadre di operai. In realtà, nella costruzione di quei giganteschi edifici, solo una piccola  parte  di  operai   specializzati veniva occupata a tempo pieno. La massa di contadini e soldati, una moltitudine di persone orgogliose  di contribuire   con il proprio lavoro all’Immortalità del Faraone, era impiegata solo durante la piena.
Djoser attraversò il campo. Brulicava di gente operosa e divisa in squadre. C'era la "Squadra Valente", che misurava blocchi e  smussava angoli. C'era quella del “Fiume Sacro”, che accatastava legna e fabbricava utensili e c'era la squadra del "Toro Vincitore", che martellava e tagliava, adoprando larghe seghe di pietra e rame. Altre squadre trasportavano cibo, acqua, argilla; altre ancora spostavano blocchi o li trasportavano su rampe. C'erano quelle che fissavano corde o numeravano massi e c’erano molte altre ancora.
Djoser aveva tanti amici fra quella gente; gente in gamba, capace e fidata: architetti, riproduttori d’immagini, tagliatori di pietre, creatori di gioielli. Insieme, costituivano una piccola comunità in seno alla società. Persone reciprocamente legate da principi di solidarietà e appartenenza; persone pronte ad aiutarsi, a sostenersi ed a sostenere gli speciali privilegi che il vivere all’ombra delle Piramidi concedeva loro. Djoser li conosceva quasi tutti. Conosceva i loro nomi, le famiglie, le vicende ed era diventato uno di loro.

"Djoser, sei tornato?"
Qualcuno lo chiamò dall'alto di una delle rampe, agitando le braccia per attirare la sua attenzione; Djoser si girò in quella direzione.
Le rampe, che dall’angolo inferiore salivano verso l’alto, avvolgevano a serpentina la Piramide in costruzione.
Il ragazzo sollevò il capo; era già così alta da oscurare il sole.
"Sono tornato." rispose; l'altro si affacciò dalla piattaforma della rampa. Dietro di lui un gruppo di uomini spingeva un pesante masso. Larga quasi trenta cubiti, per permettere alle slitte che procedevano nei due sensi di non ostacolarsi, era una vera e propria strada. La pendenza, piuttosto dolce e controllata, di poco superiore ai quattro gradi, consentiva alle slitte di non scivolare indietro ed evitava un lavoro eccessivamente gravoso agli uomini addetti al traino. Sul lato esterno un muro di pietrisco e mattoni crudi faceva da parapetto.
Il   ragazzo   attraversò di corsa     il primo tratto, il più affollato,
ingombro di uomini, utensili e blocchi di pietra numerati. Ognuno di quei lastroni recava scritte per facilitarne la collocazione.
"Sei stato via più di sessanta giorni. Ero in pensiero. – riprese l’uomo, continuando ad agitare le braccia – Temevo ti fosse successo qualcosa. Dove sei stato? - sui quaranta anni, alto, il fisico asciutto e il fare autoritario, era certamente un caposquadra - Qui tutti chiedono di te. Dov’é Djoser? Quando torna Djoser? Perché non torna Djoser… Dove sei stato in tutto questo tempo?"
"Non  lontano da qui." rispose   evasivo il ragazzo percorrendo la seconda rampa. Man mano che saliva e che la costruzione svettava verso l’alto, diminuiva lo spazio e il numero degli uomini.
Djoser raggiunse la terza rampa e il caposquadra.
Visto da quell’altezza il cantiere sembrava un termitaio allo scoperto, vivace e movimentato. Da lassù si vedeva bene ogni cosa: il tempio a Valle quasi ultimato, le ultime assise di pietre della Strada Sacra, la Sfinge. Si vedeva bene anche l’intricato dedalo di viuzze che correvano serpeggiando intorno ai magazzini reali, ad occidente del canale. Più lontano, il Nilo si snodava sinuoso ed impetuoso a causa della Piena che non accennava a calare.
"Salute a te, Siptha, che rivedo volentieri." volse le spalle al fiume e salutò con le braccia all'altezza delle spalle.
"Ti rivedo con piacere anch’io, mio giovane amico. Ma non hai risposto alla mia domanda. Dove sei stato? Qui sentono tutti la tua mancanza. Alcune cose non vanno bene, quaggiù!"
"Ci sono cambiamenti qui, vedo."  Djoser si guardò intorno.
"Il funzionario Hatmut mi ha mandato questa squadra, ma è piuttosto fiacca - si lamentò - e il lavoro procede a rilento.”
"Vedo   laggiù Amosis.  - replicò il ragazzo - Lui è un lavoratore instancabile e molto capace, ma non vedo suo fratello Thotmosis."
"Thotmosis oggi non c'è. - spiegò il caposquadra - Il suo asino è malato e lui ha preso due giorni di permesso per curarlo.”
“La sua mancanza si fa sentire!” osservò il ragazzo.
“Già! Nessuno è capace di poggiare un blocco accanto all'altro con la stessa precisione, in modo da non permettere ad una sola pagliuzza di starci fra le fessure."
Anche Djoser conosceva ed apprezzava, come tutti, la competenza di Thotmosis, il quale non avrebbe certo approvato il lavoro degli operai della nuova squadra.
"Guarda qui, Djoser. Guarda in che modo maldestro sono state posate queste pietre.”
“Già! Non ce n’è una sola che combaci con l’altra." assentì il ragazzo, con accento di disapprovazione.

(continua)

brano tratto da DJOSER e lo Scettro di Anubi"  di Maria PACE
editrice MONTECOVELLO

si può richiedere il libro all'Editrice - in libreria oppure
AUTOGRAFATO presso l'Autrice

mariapace2010@gmail.com



brano tratto da DJOSER e lo Scettro di Anubi"  di Maria PACE
editrice MONTECOVELLO

si può richiedere il libro all'Editrice - in libreria oppure
AUTOGRAFATO presso l'Autrice
mariapace2010@gmail.com