L'EGITTO dei FARAONI




DJOSER e Lo Scettro si Anubi

DJOSER e I LIbri di Thot

DJOSER e I Giardini di Osiride

DJOSER e il ritorno di Hapy

ANTICO EGITTO - Faraoni e Regine

ANTICO EGITTO - Credenze Religiose

ANTICO EGITTO - La Scrittura... La magia dei Geroglifici

mercoledì 3 giugno 2015

LE DUE ETERNITA'



............
Djoser si immise sul sentiero. Cautamente, per non danneggiare la profumata protezione che aveva ai piedi, poi un po’ più spedito, ma sempre con il naso rivolto in su. Abbassò il capo solo una volta o due a raccogliere sassolini da terra.
Nel cielo, intanto, di un acceso violetto, tra cumuli di nubi che avanzavano danzando, gli era parso di vedere nuovamente gli occhi della Celeste-Nut guardare di sotto.
Capì subito che non erano gli occhi di Nut, ma quelli di Djet e quelli di Neheh, le due personificazione dei Pilastri di Shu, i quali altro non erano, che le braccia del Dio che sostenevano sua figlia.
Erano abbaglianti, trasparenti e infiniti. Come il Tempo.
Sfuggivano alla forma: due sagome umane, forse. Una femminile e l’altra maschile. Oppure il contrario. Djoser non riusciva a distinguerle. Erano talmente alti che la cima si perdeva oltre le nebbie che velavano il cielo, da cui spuntava, invece, la punta del Sesto Pilone, ancora indefinibile, a quella distanza.
L’inquietudine accelerò il battito del cuore, ma non rallentò il passo..
“E’ proprio strana l’atmosfera che si respira in que… - s’interruppe, mentre era chino a raccogliere sassolini – Djet h Neheh!  - proruppe – Ma che… che cosa sto facendo? Io ho già… ho già raccolto questa pietra… - si rigirò fra le dita l’unico esemplare di sassolino, anche se avrebbe dovuto averne in mano almeno due o tre - Per la Barba di Seth! Il Tempo sta scherzando col povero Djoser. Forse dovrei tornare indietro…”
Indietro dove? Si accorse che stava già passando in mezzo ai Pilastri. Ne percepiva tutta la forza vitale e gli parve perfino di sentirne il respiro. La sua mente cominciò a cavillare:
“Povero Djoser, sei davvero un fragile insetto e potresti essere schiacciato, se uno dei due sollevasse un piede. Djeth h Neheh.. Ah…sto passando in mezzo alle due Eternità! Se… se solo spostassero un piede, il Cielo mi crollerebbe addosso… Calma. Calma!. Shu li ha piazzati qui per reggere il Cielo e non per farlo crollare giù… Però, sarebbe saggio affrettare il passo. Corri, Djoser… Corri. Corri più lesto che puoi.”
Allungò il passo, ma una voce alle spalle lo trattenne:
“Perché ti affanni così, con quei piedi doloranti?”
Djoser si fermò; si voltò e restò senza parole: di fronte a lui c’era una fiamma bianca ed evanescente che guizzava intorno ad una figura dall’aspetto androgino; lunghi capelli, fisico asciutto e longilineo, schendit intorno ai fianchi, spalle atletiche, ma gambe e braccia sottili, mani delicate.
Il ragazzo la fissò senza parole.
“Sono Djeth. Sono l’Eternità dell’Eterna-Eternità.”
“Ma… tu.” balbettò con affanno il ragazzo, girando il capo verso destra, poi verso sinistra; i due Pilastri erano sempre al loro posto; la strana sensazione che il tempo gli sfuggisse di tra le dita, però, gli dilatò le pupille.
“Oh! – disse quella – E’ l’ansia da cui si fanno prendere tutti, quando passano di qua e vedono il Ka di uno di noi Due.”
“Vuoi… vuoi dire che tu sei il Ka dell’Eternità-Djeth?”
“E’ quello che ho detto!”
“… e vedi lo scorrere del Tempo?” balbettò Djoser.
“… prima ancora che venisse in esistenza…. all’origine dell’Universo fino alla sua fine” annuì Djeth.
“Alla sua fi…fine? Tu hai visto susseguirsi ogni evento… da... da quando Atum creò l’Universo all’interno del Nun?”
“Fino al Futuro che verrà, quando l’Universo tornerà materia primordiale e il tempo cesserà di scorrere.” spiegò amabilmente l’Eterna-Eternità.
“ Non ci saranno più albe né tramonti? – domandò Djoser, sgomento e smarrito – Né la Piena dopo la Secca?”
“Ci sarà un nuovo Inizio dopo la Fine, ma sarà compito di Neheh, la Ciclica Eternità,  prendersene cura.”
“Oh!”
“Oh!... Non sai dire altro? Tutti quelli che incontrano uno di noi Due, vogliono conoscere la propria eternità. Tu non sei…”
“No! – l’interruppe il ragazzo – Io non voglio conoscere il mio futuro, ma quello di un’altra persona.”
“Oh! – fu Djeth a mostrarsi stupita.. o stupito… Djoser non capiva se di fronte aveva un Essere di sesso femminile o maschile  – A chi appartiene il futuro che vorresti conoscere?”
“Alla principessa Nefer di Memfi, ultimogenita del Faraone.”
L’evanescente Ka di Djeth protese una mano per tracciare una lunga ellissi dentro cui comparvero immediatamente scene come in una pittura parietale in movimento.
Djoser vide una nave scivolare lenta su una distesa di acque. La riconobbe subito: era il “Tritone”, la nave del principe Omohlo di Festo. Vide la principessa Nefer che osservava lo sciabordare delle acque contro la fiancata; accanto a lei c’era il principe Omohlo e stavano parlando amabilmente. D’un tratto udì il grido d’allarme del principe: “Pirati…Pirati!” e vide alcune imbarcazioni che correvano veloci sulla scia della nave.
“Pirati…” esclamò il ragazzo, ma Djeth aveva già cancellato il suo anello di immagini.
“Ora devi andare. – stava dicendo – La Settima Ora sta per scoccare e non è prudente per alcun viandante, vivente e non, in transito per questi sentieri, lasciarsi intrappolare nella lotta tra Horo-Ra e Apep… Vai, giovane viandante e non ti voltare. Guarda davanti a te il Sesto Pilone. Vai ed affrontalo.”
Djoser si girò, ma dalle labbra gli sfuggì un’imprecazione:
“Per la Barba di Seth! Quel Pilone sta in piedi sul precipizio!”
Si girò verso Djeth, ma l’Eterna-Eternità era svanita ed egli era di nuovo l’unico viandante su quel sentiero..

(continua)
brano tratto da.   "DJOSER e i Libri di Thot"

di Maria Pace   
Editrice MONTECOVELLO

lo si può richiedere presso qualunque libreria - in rete - o presso l'Editore
  oppure presso l'Autrice  SCONTATO  ed  AUTOGRAFATO
mariapace2010@gmail.com

venerdì 1 maggio 2015

LA COLLANA della REGINA HETEPHERES





 “Aspettate, amici. Vado a rimediare qualche boccale di birra.”
Il Ratto rallentò il passo. Stava attraversando insieme agli amici
un viale di palme lungo il greto del fiume; indicò il molo a poche decina di metri, affollato di uomini che scaricavano anfore e sacchi da una grossa barca con le insegne reali. Avevano lasciato il Palazzo d'Oro in gran fretta per raggiungere il Tempio di Ptha, dove si trovavano la Cappella di Hapy e i pascoli del Toro Sacro.
La notizia della morte dell’Hapy aveva gettato tutti nella costernazione. Perfino  quella  piccola  canaglia  di  Mosè pareva esserne colpito, ma non il suo senso dell’umorismo,.
C’era il principe Thaose con loro; l’energetica oratoria di Djoser aveva conquistato il giovane sacerdote di Ptha tanto da volerne sapere di più su di lui e le sue strane attitudini.
“Sei  incorreggibile,  Mosè.  Vai  in cerca  di  guai? – l’ammonì l’amico  Osorkon - Sai chi è il padrone di quel palazzo?”
“Certo  che lo so! - rispose senza scomporsi il piccolo ladro - Losanno tutti. E’ la casa del chaty.”
“Quella è la casa del principe Kabaef?” fece eco Djoser, che procedeva pensoso, ma che a quel nome mostrò immediato interesse per la conversazione.
“Proprio quella.”
“Perché mi ha chiamato con quel nome? Il principe Kabaef mi ha chiamato con un nome che non è il mio.”
“Con quale nome?” domandò l’ufficiale del Faraone.
“Bafra. Mi ha chiamato Bafra. E mi ha guardato come se di fronte a lui ci fosse il Ka di un defunto.”
“Forse perché credeva davvero di avere di fronte a sè il Ka di un defunto. - rispose Osorkon - Ho visto anch’io l’espressione della sua faccia mentre ti guardava. Era inquieta.”
“Certo! Ma chi è questo BafRa?”
“Via! Via! - sollecitò Mosè – Non è chiaro? Il nostro amico Djoser assomiglia a qualcuno che portava questo nome; ma non diamoci pena per questo. Il vecchio Mosè ha bisogno di bagnarsi il muso.”  disse passandosi la lingua sulle labbra con golosità.
“Ah,ah,ah! - rise Osorkon - Devi aver battuto la testa se  pensi di poter sottrarre anche un solo chicco di grano da quei sacchi.”
“Quella é merce di ottima qualità. - insisteva con candore il piccolo furfante - Viene dai magazzini reali.”
“Il Faraone manderebbe le guardie e non gli uomini di fatica dei magazzini, se conoscesse la verità.” si lasciò sfuggire Djoser.
“Ho sentito bene? - esordì   il nipote del Faraone che fino a quel momento aveva seguito in silenzio il piccolo battibecco fra i tre – Perché mai il Faraone dovrebbe inviare qui le guardie?”
Djoser ed Osorkon si scambiarono un’occhiata; il piccolo Mosè tentò di prendere in mano la situazione.
“Non avevate fretta di raggiungere il Tempio del vostro Ptha e le stalle del suo Divino Araldo?” disse, nel tentativo di dirottare la conversazione.
“Di che cosa stavate parlando?” il principe replicò la domanda.
“Mostragliela!” Osorkon accompagnò le parole con un gesto.
Djoser tirò la collana di conchiglie d’oro e pietre preziose fuori del sacchetto appeso alla cintura che gli sosteneva il gonnellino.
“Questa collana...” fecero all’unisono Thaose e Mosè, prima di scambiarsi anch’essi un’occhiata, ma di opposto sentimento: il primo, piuttosto contrariata e il secondo alquanto preoccupata.
“La collana della Regina Hetepheres? - esclamò in tono sospettoso Thaose. - Fu portata via dai ladri prima che io nascessi. Perché si trova ora nelle tue mani, Djoser, figlio di Pthahotep?”
“E’ mia la colpa! – s’intromise nuovamente Mosè - Sono stato io a portarla via a quello stupido merit. E’ colpa mia se si trova nelle mani del mio amico. Se qualcuno dev’essere “esaminato” dal bastone, quello è Mosè il Ratto, non certo il dotto allievo di Ptha... dotto, ma alquanto sprovveduto, io dico.”
“Non è colpa del mio amico Mosè, né é colpa mia. - disse Djoser quando riuscì a interrompere quella fiumana di parole improvvisata in sua difesa dal piccolo amico, poi spiegò - Abbiamo sottratto questo gioiello, io e il mio amico Mosè, ad un ladruncolo, ieri al mercato, ma non sappiamo come e perché fosse in suo possesso; se è ancora con me, è perché intendo riporla al suo posto.”
“Davvero? - replicò Thaose con uno scettico sorriso – Pensi che le guardie ti lascino passare indisturbato… - s’interruppe; Djoser lo guardava senza parlare. - Oh! Tu saresti capace di attraversare una spessa parete di roccia, se lo volessi.”
“Ti dico, principe Thaose, che mai attraverserò pareti di roccia, ma prometto che il Ka della regina Hetepheres riavrà la sua collana, anche se il suo sahu non potrà mai ornarsene.”
“Non capisco.” confessò il principe; il sole, intanto, sbirciava attraverso un gruppo di nubi in sosta sulla casa del chaty.
“Il  sarcofago della Regina è vuoto. - scandì Djoser – I ladri che profanarono la sua tomba confessarono di averlo distrutto e   dato in pasto agli avvoltoi dopo averlo spogliato delle gioie.”
Il principe Thaose ebbe un sussulto; lo strepito di mille tuoni non avrebbe prodotto lo stesso effetto. Djoser riprese:
“Non andarono lontano. Furono sorpresi mentre si disputavano la refurtiva. Ogni oggetto recuperato fu deposto nella  nuova   tomba. Questa collana doveva essere tra quelli andati perduti.”
“Per il Cranio Rilucente di Ptha! - proruppe Thaose – Non è  possibile! Come fai tu a conoscere un così terribile segreto?”
“Me l’ha confidato mio padre in punto di morte. Era architetto  della “Squadra del Sapere e della Conoscenza” e mi ha detto...”
Djoser riportò parola per parola quanto Pthahotep gli aveva detto della vicenda. Alla fine:
“Se quanto che dici è vero, ci sono colpevoli impuniti. - il principe Thaose era esterrefatto; fece seguire un attimo di riflessione, poi riprese - Non riuscivo a comprendere l’astio di un uomo potente come il chaty per un ragazzo… Ma dimmi, hai prove di quanto sostieni?”
“Comporterebbero altra violazione alla memoria della Regina.”
“Non capisco.”
“Il mio amico vuol dire, - interloquì il Ratto, che per un po’ si era ritirato in se stesso senza aprir bocca - che bisognerebbe aprire il sarcofago e darvi una sbirciatina al suo interno.”
“Per scoprire se davvero è vuoto?” inorridì Osorkon.
“No!”anche Thaose si mostrò inorridito e contrario all’idea di un nuovo oltraggio alla Sposa di Snefru.
“E allora che cosa si fa? - il Ratto s’intromise nella drammatica conversazione; la sua irriverenza ne stemperava un pò i toni - Mi piacerebbe veder bastonato quella palla di lardo. Ah,ah,ah!...”
“Non avrai mai questa soddisfazione, piccola canaglia! - sorrise il principe – Il chaty non sarebbe mai sottoposto a tale umiliazione. Neppure se fosse colpevole di attentato alla persona stessa del Faraone. Per lui ci sarebbe la concessione di Sua Maestà di potersi procurare la morte da sé.”
“Già! - interloquì Djoser – Non abbiamo alcuna prova. Non ci resta che attendere gli eventi.”
(continua)

brano tratto da  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE  Editrice MONTECOVELLO
da richiedere in libreria o presso l'Editore
oppure  AUTOGRAFATO presso l'Autrice
 mariapace2010@gmail.com

giovedì 8 gennaio 2015

IL GENIO del GRANO

IL GENIO del GRANO (brano tratto dal libro DJOSER e i Libri di Thot)
.......
Forse a causa di un’improvvisa stanchezza che gli rallentava il passo, forse per una vertigine, d’un tratto inciampò in un groviglio di radici disposte in così mirabile complessità, così strettamente intrecciate, da sembrare un nido.
Scelse la più grossa di quelle radici per fermarsi a riposare un po’. Era stanco e il braccio escoriato bruciava come fuoco. Sedette e recitò: “Oh, Thot, che hai a cuore la protezione delle ferite,
proteggi Djoser; che non sia trascinato per le braccia.
Che non gli sia fatta violenza e possa procedere salvo e…”
Un sibilo lungo e regolare, come di un profondo respiro, interruppe la sua litania. Tese l’orecchio per ascoltare meglio.
“Psss…zzz… Psss…zzz.” sembrava proprio il respiro pesante di qualcuno che stava dormendo.
“Qualcuno sta russando… Deve esserci qualcuno beatamente addormentato. Chi sarà mai? Forse qualche Anima-Akh sulla strada degli Hotep-Jaru… Non vedo bagliori: le Anime Gloriose non emettono luce?” si chiese guardandosi intorno.
Scoprì che la grossa radice su cui stava seduto era proprio la sporgenza di un nido. Era sistemato all’interno di una larga buca e circondato dalle radici di un grosso albero.
Adagiato su un letto di morbido fogliame, qualcuno, raggomitolato su se stesso, era placidamente addormentato.
Si arrampicò sulle radici per guardare meglio e vide un ragazzo. Un adolescente. Poteva avere dieci o undici anni. Dormiva a braccia conserte e ginocchia raccolte. Il petto si gonfiava ritmicamente al respiro e dalle labbra semiaperte usciva quel sibilo quasi musicale che aveva attirato la sua attenzione.
Era tutto verde. Dai capelli ai piedi. Le ciglia socchiuse, verdi anche quelle, si muovevano al ritmo del respiro; le piccole narici fremevano e il sembiante era tutto un sorriso, come se il Deforme-Bes avesse messo dietro la sua fronte, sogni allegri e vivaci.
“Neper! – esclamò, riconoscendolo alla prima occhiata – Ma è il piccolo Neper che dorme nella sua culla.”
Era proprio Neper, il Genio del Grano, ed era cresciuto dal loro ultimo incontro. Somigliava sempre più a quella piccola canaglia del suo amico Mosè… a parte il colore della pelle.
Continuò a fissarlo, dall’alto di quel groviglio di rovi, sterpi e radici, seguendo con sguardo quasi d’affetto ogni più impercettibile movimento attraverso cui il fanciullo emetteva sfolgorii e verdi bagliori.
Come richiamato dal suo sguardo, il Genio del Grano, aprì gli occhi e gettò intorno una rapido sguardo fangoso ed annebbiato, poi li richiuse. Li riaprì immediatamente dopo, però, balzando a sedere; non pareva essersi ancora accorto della presenza di Djoser.
“Ohhh! – sbadigliò stendendo le braccia ed aprendo le mani e le dita affusolate, da cui spuntavano verdi germogli – Che sonno! Non è ancora tempo… Cosa può avermi svegliato?”
“Sono stato io. Sei cresciuto dall’ultima volta.” esordì Djoser.
“E tu chi sei? Ahhh!...” tornò a sbadigliare il piccolo Genio del grano, scattando in piedi.
“Sei cresciuto dall’ultima volta.” ripetè Djoser.
”E tu chi sei?” Neper rifece la domanda stiracchiandosi e mostrandosi in tutta la persona. Era diventato alto quanto lui, pensò Djoser, e forse anche di più, ma il fisico era rimasto quello svelto e scattante di un adolescente.
“Djoser? – il tono gioioso di Neper-adolescente, spezzò le sue considerazioni – Sei proprio Djoser!”
“Sono proprio Djoser, Colui-che-esce…”
“No! No! – l’interruppe l’altro scrollando il capo; i capelli verdi, arruffati come erba cipollina, sembravano un nido di passeri; dagli occhi partì un bagliore turchese che riempì l’aria di sfolgorii – Non bisogna pronunciare mai invano il proprio nome segreto. So bene chi sei. Mi ricordo di te. Qualcun altro, con malevoli intenzioni, potrebbe anch’egli ricordarsi di te.”
“Davvero? Non ho visto nessuno qui intorno da quando vi ho messo piede, all’infuori di Neper, che ho lasciato fanciullo e ritrovo ragazzo.”
Djoser gli sfiorò la spalla sinistra su cui era venuto a posarsi un piccolo di airone dal piumaggio grigio-argento. Quella vista gli riportò alla mente l’airone azzurro, la forma assunta dalla sua Anima-Ba e Neper-fanciullo che la prendeva in custodia per attraversare il Mondo-di-Sotto. Stava proprio per chiedergli di quell’airone, ma l’altro lo prevenne:
“Occhi ed orecchie sono nascosti dentro ogni calice, dietro foglie, rami e radici, pronti a portarti via il tuo nome-ren.” lo informò, con quella stessa espressione che anche il piccolo amico Mosè amava assumere per le sue confidenze.
“Chi mai potrebbe avere questa intenzione? – replicò Djoser con un sorriso – Non ho veduto nemmeno l’ombra di un’anima defunta da quando sono arrivato qui, come dicevo prima e…”
“Ne sei davvero sicuro?” sorrise Neper, amabilmente e con un pizzico di malizia, scuotendo il capo e facendo oscillare lo stelo di papiro che gli tratteneva i capelli sulla fronte.
“Non capisco.” insistette Djoser.
Neper allora sollevò il ramo d’ulivo che stringeva nella destra e tracciò nell’aria la sagoma di una nuvola dai riflessi dorati. Djoser credette di vedere abbaglianti lumicini aprirsi e richiudersi in rapida successione al suo interno: un attimo dopo era circondato da una folla di minuscole creature verdi che gli svolazzavano intorno. Buffi e bizzarri, avevano teste enormi e vaporosi capelli da cui spuntavano fiorellini, foglie e radici.
“Chi… Che cosa sono queste creature?”
Rumorose, vicaci ed anche un po’ impertinenti, le piccole creature gli giravano intorno vorticosamente tenendosi per mano in un allegro girotondo. Agitavano germogli di grano e qualcuna osava addirittura avvicinarsi così tanto al suo naso da stuzzicarlo fino a farlo starnutire, come quando, nella stagione della Germinazione, l’aria si riempiva di pulviscolo di fiori.
“Chi sono queste piccole creature?” domandò ancora il ragazzo, incapace di controllarne l’incontenibile vivacità. Quando cercava di afferrarne qualcuna, eccole sparire tutte, perfettamente mimetizzate nell’ambiente, ma ricomparivano subito dopo più vispe e vivaci ancora. Gli occhietti tondi e luccicanti fissi su di lui parevano torce accese e le faccette verdi si confondevano nell’erba.
“Sono i Genietti del grano e della vegetazione.” spiegò Neper.
“Non capisco.” continuava a ripetere il ragazzo.
“Non capisci? Come fai a non capire? Sono i Genietti del grano e della vegetazione. – sottolineò Neper - Vivono nascosti tra petali di fiori, foglie di grano, muschio e licheni… Guarda. Guarda, Djoser.. arrivano da ogni parte.”

Arrivavano a decine, svolazzando nell’aria o spuntando dal suolo o staccandosi da qualche radice; qualcuno arrivò perfino cavalcando piccole, coloratissime farfalle.
“Sono i Genietti dei germogli di grano. Sono loro che al momento della germinazione danno la spinta al chicco che si sveglia dal lungo dormire e spunta di sopra, nella pelle rugosa del generoso Geb, Signore della Terra. Ognuno di quei germogli metterà una spiga che darà agli uomini tanti chicchi.”
E prima che Djoser si riavesse dalla meraviglia:
“Chicolino, dove sei?” – cominciò a canticchiare -
Sotto terra, non lo sai?
E là sotto, non fai nulla?
Dormo dentro la mia culla.”
A questo punto gli occhi di Djoser sfavillarono. Quella filastrocca gliela recitava sempre sua madre.
“Dormi sempre, ma perché?”
“Voglio crescere come te.” gli fece eco il verde amichetto.
“E se tanto dormirai, chiccolino, che farai?”
“Una spiga metterò e tanti chicchi ti darò.”
“Oh!” gioì Djoser, al colmo di una meraviglia che Neper, però, smorzò subito, ordinando ai folletti di tornare nelle loro culle.
“Non è ancora giunto il mio tempo. – spiegò con un sorriso – Se cominciassi a sping
ere i germogli fuori della pelle di Geb prima del tempo consentito, quelle che i contadini mieterebbero, sarebbero spighe gracili e vuote. Devo tornare alla mia occupazione che… ah..ah… è quella di dormire nella mia culla.”
“Capisco!” assentì malinconicamente Djoser.
“E tu devi continuare il tuo percorso. La Settima Ora è davvero vicina.” l’avvertì Neper portandosi una mano sul sopracciglio e aguzzando la vista per fissare i rossi vapori che si staccavano dall’orizzonte; Djoser fece un cenno affermativo del capo.
”Fai attenzione: non sono tutte gradevoli, le creature che transitano da queste parti.” e con quelle parole, già pronto al letargo, il Genio del Grano si accinse a rientrare nel nido.
“Grazie, o Genio gentile e cortese. Farò attenzione, ma prima vorrei dare sollievo al mio braccio con un impacco di queste foglie.” aggiunse tornando a sedersi sulla grossa radice.
“Quel Sicomoro di Smeraldo diventa ogni giorno più aggressivo.” Neper scosse il capo e si riavvicinò al ragazzo.
”Come sai che è stato il Sicomoro di Smeraldo a procurarmi queste escoriazioni?”
“Le conosco bene, quelle escoriazioni. Sempre più viandanti si lamentano dei suoi attacchi a sorpresa.“ rispose Neper staccandosi una minuscola campanula appesa al tralcio di vite che gli faceva da cintura. L’aprì e due gocce trasparenti ed incolori si staccarono dal bordo del calice. Neper le raccolse nell’incavo della mano e un profumo soave si diffuse nell’aria.
“E’ Balsamo Divino. - spiegò chinandosi e cospargendo con quel liquido la ferita di Djoser – Sei il secondo mortale ad essere sanato con questo unguento. Sono lacrime di Sekhmet: quelle con cui la Leonessa-Divina guarì il pio Adap.”
(continua)

brano tratto da  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di Maria PACE  Editrice MONTECOVELLO

da richiedere in libreria o presso l'Editore
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LA TRIADE... Sacra Famiglia Egizia



Il concetto di Triade o Trinità nella Teologia egizia fu presente prima ancora delle epoche Dinastiche.
Su tutto il territorio, conosciuto ancora con il nome: “Il Paese delle Due Terre” (La Valle e il Delta), il  Neter-Wa,  (Dio-Uno), che si manifestava attraverso l’astro solare, assumeva nomi diversi, nei diversi centri, ma era fatto della stessa sostanza ed esprimeva lo stesso concetto.
Non a caso, il concetto del Divino si identificava nel Sole o nel Fiume: i due elementi fonte di Vita. E, non a caso, in Egitto non fu mai presente un Dio dei Fulmini (Zeus di Greci e Romani) oppure delle Tempeste Marine (Enlil dei Babilonesi). Questo perché la Religione, sempre associata alla Magia, aveva uno scopo utilitaristico più che trascendentale.
La Triade Egizia  (o Trinità), era  costituita non da:
    Padre – Figlio – Spirito Santo
come quella cristiana (che, peraltro, verrà assai dopo) ma da:
    Padre – Madre – Figlio
Una Sacra Famiglia!

Era raffigurata con un triangolo isoscele capovolto, con al centro un  Occhio Sacro (quello di Atum: Dio_Creatore). I due vertici superiori rappresentavano il Padre e la Madre e quello inferiore, invece, il Figlio.
Tutti i centri e le città più importanti dell’epoca avevano la propria Triade, che cambiava solo di nome, ma non di sostanza.
Le Triade erano diverse ed qui ne citiamo solo alcune, le più conosciute:
A Memfi c’era quella composta da:
       Ptha – Sekhmet e il figlio Nefertum
Ad Abidos troviamo:
      Osiride – Iside e il figlio Horo
A Tebe, invece, c’erano:
      Ammon – Mut e il figlio Konsu
Ed a Dendera:
      Hathor – Horo e il figlio Iny

La mitologia egizia assegna ad ognuna di queste Triade vicende in cui si ravvisano vicissitudini umane di quei luoghi di culto, ma anche eventi naturali.
Un esempio: il Diluvio Universale, che incontriamo associato alla Triade di Memfi e soprattutto alla figura di Sekhmet,  oppure il mito del sacrificio  divino: Il Dio morto e risorto, ossia il mito di Osiride, ecc…



lunedì 11 agosto 2014

Il Messaggero della Morte

                               

  (immagine tratta dalla rete)          

Per raggiungere il Terzo Pilone di Osiride non c’era altra via che uno stretto sperone roccioso attaccato alla parete della montagna: un lungo camminamento naturale con un versante laterale che precipitava in un burrone. Con un sospiro vi pose piede e cominciò ad avanzare, un passo dopo l’altro e con quella protezione ai piedi.
Il calore che si alzava dal precipizio lo spinse a sporgersi; vide getti di vapore salire dal fondo assieme ad un forte odore di zolfo e uova marce. Gli parve anche di udire rumori provenire dal ventre della montagna.
“Geb ha mal di pancia, direbbe l’amico Mosè, o sta ancora russando!” scherzò, cercando di mantenersi in equilibrio. 
Largo non più di tre cubiti, il crostone pareva sul punto di staccarsi e precipitare di sotto; sordi rumori continuavano a giungere dagli anfratti, ma, ad un esame più attento, gli fu chiaro che quello non era il rumore di un dormiente, sia pur rumoroso come doveva essere il russare del Signore-della-Terra.
Tese l’orecchio e scoprì che erano rumori di martelli ed incudini. Per capire donde provenissero, finì per inciampare in una sporgenza del suolo.
“Quale meraviglia!” esclamò fissando il sasso che lo aveva bloccato.

Di un rosso acceso, la forma bizzarra e dai contorni sfaccettati e convulsi, il sasso attrasse subito la sua attenzione: potente nell’immobilità ed inerzia, pareva cosa viva.: Djoser n’era affascinato ed atterrito.
“Quaggiù, la fantasia di Geb non ha limiti. Questa creatura è quanto di più straordinario gli occhi di Djoser abbiano visto mai.” pensò facendo l’atto di tendere una mano.
“Non te lo consiglio, giovane pellegrino. – una voce gli torrenziò sul capo – Non ti consiglio nemmeno di avvicinarti troppo a quella creatura di Geb.”
Il ragazzo si girò.
Una figura completamente immersa in un alone di luce, tale da non poterne distinguere bene i contorni, era ferma sul ciglio del crostone. Djoser respirò febbrile l’aria della notte in fuga e la guardò: quella presenza versava nel suo spirito una calma assoluta, benché lo sguardo gli brillasse come una fiamma.
“L’Esecutore-della-Morte ti starà sicuramente osservando e non aspetta altro per allungare le sue grinfie su di te.”
L’Essere  di Luce si avvicinò.   La persona era agile e snella, ma     si perdeva nell’ombra opaca di una larga tunica di lino grezzo tenuta sulle spalle da strette bretelle. Sull’omero destro era poggiata la candida stola da chery-webb, i sacerdoti  del Sapiente Thot.

Che fosse un sacerdote di massimo grado del Signore-dei-Geroglifici, il ragazzo l’aveva capito subito dal rotolo di papiro che quegli stringeva in una mano e dal Bastone Sacro con l’impugnatura a forma di testa di Sacro-Ibis, cui s’appoggiava con l’altra. Anche il suono della voce era particolare: ieratico, sottile e metallico, un po’ come l’eco dello scudo di bronzo che richiamava gli allievi della scuola del Tempio.
“L’Esecutore-della-Morte?” s’allarmò il ragazzo, fissandolo negli occhi; da vicino la sua luce era ancora più radiosa e la faccia quasi abbagliante.
Djoser aveva scrutato a decine, in quei posti, facce, sguardi, fisionomie, ma non aveva mai trovato quell’infinita consapevolezza di sé, quella calma assoluta che differenziava dalle altre la faccia di quell’Anima-akh.   I lineamenti erano energici e lo sguardo, profondo e un po’ affossato, era edotto di inimmaginabili conoscenze. Dietro la fronte leggermente prominente, dovevano nascondersi pensieri guidati da una forza d’animo singolare.
“Il suo aspetto inganna, il volto ammalia e gli occhi incantano. In questo momento ti starà osservando, pronto a piombarti addosso, se solo tocchi questa pietra.”
“Io non vedo nessun Esecutore.” replicò speranzoso Djoser.
“E come potresti! Quello si nasconde nel Lago-di-Fuoco per rendersi invisibile e sorprendere l’incauto.”
“Venendo qui non ho visto Laghi-di-Fuoco…”
“Se non risenti del calore che si sprigiona dai suoi numerosi tentacoli di Fuoco-Liquido – lo interruppe l’altro – vuol dire che sei provvisto di magia, ma Rew ed he-kau non bastano. Occorre avere buona confidenza con le debolezze di Demoni e Spiriti-Malvagi – il luminoso fantasma ebbe una pausa che riempì con un sospiro – Oppure con il loro sechemSai che cos’é un sechem? – Djioser annuì e l’altro proseguì – E’ la Forza bruta nascosta nel più profondo di un essere vivente. Un tempo era un gioco per me tagliare e riattaccare la testa di un’oca…”
“Djeda! – proruppe il ragazzo sgranando i begli occhi scuri allungati dalla galena e sbattendo ripetutamente le palpebre in quel vezzo, retaggio infantile, di grande stupore e meraviglia –  Tu sei il Djeda. Mio padre mi parlava del “Grande di magia”, Djeda di Khenmu, sacerdote di Thot. Mi diceva che perfino Sua Maestà, Khufu, che desiderava ricreare per la sua Piramide le misteriose Cripte di Thot, attinse alle tue conoscenze.
Djeda ebbe un enigmatico sorriso.
“Senti questo rumore?”
“E’ da quando ho messo piede qui che mi segue come il rumore dei miei stessi passi.”
“Sono le Fornaci di Ptha. Vuoi conoscere la potenza del Signore dal Cranio-Rilucente-e-Calvo? – lo stupì il più grande mago d’Egitto, figgendogli negli occhi uno sguardo che Djoser mai più avrebbe dimenticato La Volontà Divina si nasconde spesso dietro il Velo della Natura. Seguimi.” aggiunse puntando il bastone in direzione della parete della montagna.
“Io… io… - balbettò Djoser seguendolo - E l’Esecutore”
“Non temere. Non curarti di Lei e seguimi.”
“Lei? – stupì ancora il ragazzo – E’ una donna?”
“Perché questo stupore? – sorrise Djeda – E’ la componente femminile che è in ogni essere creato. L’Esecutore preferisce mostrarsi sotto quella  forma. Anche dentro di te, giovane viandante, si nasconde una componente femminile. Non so se sia altrettanto ammaliante… ma non è per scoprire questo che sei qui. Seguimi e se saprai “vedere e ascoltare” – aggiunse, in tono assolutamente misterioso - forse avrai qualche risposta alle tue domande.”

Djoser lo seguì; con lui s’infilò in una larga fenditura della montagna.
Partiva da lì un largo cunicolo abbastanza agevole e in leggera pendenza. Scheggiame sparso per terra e pietrame crollato dalla volta, però, rendevano il percorso disagevole e scivoloso; appuntite sporgenze, dalle pareti e dal basso soffitto, si protendevano fin quasi ad impigliarsi nei capelli.
Procedeva irregolare e tortuoso; si allargava e stringeva, e in certi punti era così stretto, che Djoser temette di dover ripetere l’esperienza del Labirinto.
Da lontano giungevano bisbigli e brontolii e quando cessavano, il silenzio che li sostituiva, risultava più inquietante degli stessi rumori.
Djeda si voltò più volte a guardarlo con espressione d’incoraggiamento; se non fosse stato per l’aura luminosa che emanava dalla sua persona, là sotto ci sarebbe stata la tenebra più oscura. La luce esterna li aveva seguiti per qualche tratto, poi li aveva abbandonati, riassorbita dall’oscurità.
“Ignorala.” disse il mago.
“Che cosa devo ignorare, o Venerabile?” domandò sorpreso il ragazzo, sollevato dalla luce che Djeda emanava con la propria persona e che mostrava le cose nascoste dal buio.
“La paura, causa di ansia e preoccupazione. Mantenersi calmi e allontanarla da sé è il modo migliore per affrontarla. Per liberarsene occorre soltanto non considerarla.”
Djoser rispose con un ”Ohi! Ohi”: la luce di Djeda non impediva ai suoi piedi di battere contro le sporgenze del terreno.
Procedettero per una trentina di passi prima di sbucare in un’ampia grotta il cui soffitto digradava irregolarmente verso il fondo.
“Che caldo!” si lamentò Djoser, guardandosi intorno.
L’arsura era davvero pesante e la fonte di tanto calore pareva provenire da una grossa, frastagliata frattura  nella parete,  una specie di terrazza affacciata su un precipizio da cui salivano nuvole di fumo e aria rovente.
Spinto dall’innata curiosità, il ragazzo si avvicinò al bordo di quella terrazza per guardare di sotto. Attraverso i fumi del vapore, riuscì a vedere un fiume rosso che scorreva lento, uscendo da una spaccatura; così lento, da non far alcun rumore.
Djoser lo seguì con  sguardo atterrito e affascinato.
Una leggera instabilità sotto i piedi e alcuni sassi che si staccarono dall’alto, lo convinsero ad allontanarsi.
“E’ il Lago-di-Fuoco?” domandò.
“No. E’ il Fuoco che alimenta il Lago.”
Il  ragazzo   fece l’atto   di replicare,      ma     un’esclamazione soffocata gli sfuggì dalle labbra: seduta su una delle sporgenze della frattura, quasi in bilico e vestita di vapori sanguigni, vide una ragazza di dodici o tredici anni di incomparabile bellezza. Seminuda, era coperta solo di un corto perizoma, un pettorale di cuoio e un numero impressionante di gioielli: cavigliere, bracciali, anelli, collari, cinture. Una capigliatura folta e gonfia come una criniera, rossa come il fuoco, rendeva il suo fascino aggressivo.
“Jakhab-hit!” proruppe, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal suo volto dalla pelle dorata, su cui fiammeggiavano due occhi di un brillante turchese, fissi su di lui.
“E’ sua figlia!” disse lo Spirito-Akh del mago, scuotendo il capo.
”Sua figlia!” ripeté meccanicamente il ragazzo continuando a fissare l’affascinante creatura, sempre vestita dei bagliori della lava che correva dentro il crepaccio.
“E’ Mes-Jakhab-hit, il Guardiano, figlia amatissima della Signora di questo Pilone. E’ il Messaggero-della-Morte.”
“Le…lei è il Mess… Messaggero-della-Morte?”
“Sconvolgente, vero?... E perché mai? La Morte deve apparire attraente per convincere i mortali a seguirla.”

“E’ bellissima!” bisbigliò Djoser
Aveva dato al Messaggero-della-Morte mille volti: quello dallo sguardo spento di una vecchia, quello selvaggio di un antico guerriero, quello di uno sciacallo dagli occhi roventi, ma mai un volto dai lineamenti così arditi e delicati insieme, soffuso di magico splendore.
Mes-Jachab-hit era bellissima. Di una bellezza insolita: dolce e aggressiva insieme. Il fisico era ancora acerbo, ma aveva la rotondità della più sublime femminilità: piccoli seni turgidi che si sollevavano come due tonde colline, gambe, nervose e snelle che parevano colonne scolpite nel marmo e il ventre che s’affacciava sul perizoma legato ai fianchi come una dolce pianura. La bocca, rossa come la lava, era di velluto e nello sguardo, di fuoco acceso, brillava un pizzico di malizia, un po’ come quello della principessa Nefer, si sorprese a pensare.
“Vieni. – lo invitò lei - Avvicinati.”
“No! - fu l’istintiva risposta del ragazzo, che  cercò di sottrarsi al suo sguardo. – Sei qui per me?” domandò.
“Non per la ragione che credi tu, giovane viandante.” sorrise sempre più inquietamente enigmatica il Messaggero, ma nel modo più ammaliante che potesse avere una bocca sorridente.
Un nuovo sussulto sotto i piedi, però, Geb  che si stava svegliando e uno sfasciume di lava solidificata, che staccandosi dal soffitto e quasi l’investì, lo tolsero dall’imbarazzo.
Molte schegge giacevano per terra, di varia forma e colore: bianco, verde, rosso, azzurro. Minerali, pensò il ragazzo e tornò a guardare verso il crepaccio: il Messaggero non c’era più ed egli trasse un sospiro: non sapeva se di rammarico o di sollievo.
Per consolarsi si chinò a raccogliere alcuni di quei frammenti. Appena li toccò, però, gli si sbriciolarono fra le dita.
“Non sono creature di Geb?” domandò a Djeda.
“No! Sono creature di Ptha. – spiegò il mago - E’ quaggiù, nel seno di Geb, che arde il Fuoco di Ptha. Sei pronto ad affrontarlo? – Djoser accennò di sì – Allora seguimi.”

(continua)

brano tratto da   "DJOSER  e  i Libri  di  Thot"  di  Maria PACE

MONTECOVELLO EDITRICE

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